di Emanuel Carnevali – D editore
“… Il grave peccato che avevo commesso: quello di amare il successo. Ma, soprattutto, ero un invidioso, pazzamente geloso di tutti gli scrittori che avessero pubblicato più di un libro. (Sono ancora geloso, sì, geloso persino di Shakespeare. Ho bisogno frenetico di lodi. Desidero pazzamente di essere giudicato un grande poeta e il fatto che ci possano essere poeti più grandi di me fa male al cuore). Ero trascurato nel corpo e nell’anima, un vero fannullone, a volte. Ero come un cane che abbaia alle pietre che non può raccogliere e scagliare.”
Mi sono avvicinata a questo romanzo, a questa autobiografia, con la curiosità di scoprire un autore che non conoscevo (e che avrei dovuto conoscere!), ma anche con la paura di leggere qualcosa che non era nelle mie corde. Non amo molto le autobiografie, ma questa è stata una vera scoperta!
Una scrittura che è un misto tra episodica, poetica e lo stile di un diario scritto, però, non per rimanere intimo, ma per essere letto da un pubblico, quel pubblico al quale Carnevali aspirava, quel pubblico che invidiava agli altri e che, ahimè, non gli sta concedendo ciò che probabilmente merita o meriterebbe.
Carnevali l’autore maledetto, un uomo che ha sofferto un’infanzia infelice, ma probabilmente una vita quasi del tutto infelice, terminata poi nella malattia e in lunghi anni in casa di cura. Un italiano che abbandona quell’Italia che, in fondo, ama, nonostante la vita passata in collegio, un padre che
“non mi picchiò mai, mi odiava troppo per picchiarmi”
Un’Italia dalla quale si vede costretto a fuggire, per cercare un futuro, per cercare il suo posto nel mondo. E lo fa a favore di quell’America che gli regalerà la lingua con la quale deciderà di scrivere. Perché la sua lingua sarà sempre quella dell’esilio.
E quella che ci racconta è una vita fatta di stenti, di ricerca di un lavoro per poi perderlo quasi subito, sempre in lotta con la mancanza di denaro,
“America […] non sono mai stato capace di prenderti alla leggera, di scherzare con te…”
con l’amore anche, con la solitudine di trovarsi lontano dalla Patria forse
“… si può provare ancora più nostalgia per un paese in cui si è molto sofferto. La nostalgia, col tempo, diventa una specie di compenso per la sofferenza. C’è sempre un gran senso d’intimità con il paese in cui si è sofferto ed è di questa intimità soprattutto che si sente la mancanza, quando si è lontani”
Ma è anche l’incontro con quell’elite che all’inizio del secolo scorso caratterizzava lo sfondo culturale della New York prima e della Chicago poi. Quella generazione di artisti che seppe riconoscere il suo “strano” talento, quella sua lingua diversa, che fondeva nell’inglese un poco del suo essere italiano. Che seppe riconoscere cio che poi il tempo gli avrebbe negato, portandolo all’oblio a fare di questa suo opera (e comunque della sua intera pubblicazione)
“un libro […] sepolto sotto un mucchio di cadaveri” come scriverà il poeta e amico William Carlos Williams
Una scrittura fatta di monologhi a volte anche deliranti, spesso cupi, un libro fatto di luoghi che senti di aver già visto in molti film che raccontano quell’emigrazione verso il sogno americano, un libro dove la consolazione pare non poter trovare spazio, ma la bellezza sì, o almeno io l’ho trovata in alcuni passaggi come quelli dedicati a Venezia
“Venezia è un fiore di loto, sopra un filo d’acqua. Non c’è nulla in lei che non sia bello. […]
Essa è l’unica città silenziosa del mondo, il suo è un silenzio caldo, soffice, misterioso. Regina della laguna, se ne sta raccolta in un angolo, ma è pur sempre una regina. I suoi palazzi sono i suoi pizzi. È sempre pronta a sposarsi: ecco il perché dei pizzi.”
Un libro da riscoprire questo, un libro che D Edizioni ha deciso di ripubblicare e che Libreria 101 ha deciso di far diventare il dodicesimo Libro Vagabondo

