Il peso delle parole

Pascal Mercier – Fazi editore – traduzione di Elena Broseghini

“Tradurre significa: parlare della stessa cosa con termini diversi senza però scambiare una cosa per l’altra, ad esempio invidia per gelosia o pity per compassion. Ma non si tratta soltanto di cogliere nel segno rispetto alla stessa cosa. Il traduttore deve aver cura anche del significato musicale della parole. Ci sono infatti delle differenze fortissime nella natura sonora delle parole. Bugia e mensogne, o töten, killing e ammazzare: non è solo che i suoni sono diversi, è che essi ti prendono in modo diverso, tanto più quanto più lontana è l’altra lingua. Le lingue sono espressioni delle melodia della vita; quando si cambia lingua si è nel mondo e nella vita in modo diverso. La tonalità emotiva, si potrebbe dire, è diversa da una lingua all’altra. Ragione per cui le relazioni umane hanno un diverso temperamento a seconda della lingua”.

Il protagonista de Il peso delle parole, Leyland, è un traduttore, un uomo che fin da giovane ha subito il fascino delle parole e ha desiderato imparare tutte le lingue del Mediterraneo

“… Anche in seguito Lyeland aveva sentito di quando in quando domande simili. «Il sardo? In Sardegna tutti sanno l’italiano». Lui voleva sentirne la sonorità, sentire non solo il suono delle parole, ma la vocalità della gente, la vocalità della loro vita”

È anche un uomo che scopre di avere pochi mesi di vita e che decide di “sistemare” le cose prima di andarsene, di fare delle scelte. Ma poco tempo dopo (no spoiler, è cosa che avviene subito) verrà a sapere che si è trattato di un enorme sbaglio e la sua vita non è destinata a una fine a breve termine. Ma le decisioni sono state prese e non si può tornare indietro.

“… tutto cambia di colpo se qualcuno ti dice: solo qualche mese ancora. La prima cosa che pensiamo: devo vedere di fare quel che è importante, e da quel momento tutto il resto perde qualsiasi valore. Se non avessimo questa idea di ciò che è importante – se non l’avessimo inventata – non potremo fare questa esperienza decisiva. L’unica cosa che potremo sperimentare sarebbe il panico davanti alla fine. Adesso diciamo: il tempo mi scappa e intendiamo: non ho abbastanza tempo per fare tutto ciò che è importante”

Il peso delle parole non è un romanzo di grande trama, nonostante le sue quasi seicento pagine, è un romanzo fatto di personaggi che ti restano attaccati addosso. Leyland prima di tutto, il suo rapporto con i figli e con Livia, una moglie morta troppo giovane e improvvisamente;

“Come è stato bello parlare con nostra figlia di tutte queste cose! Mi ha fatto pensare a quando tu e io nella nostra casa triestina ce ne stavamo seduti in cima alle scale a parlare di parole e pensieri, il fumo delle nostre sigarette si mischiava e non avremmo potuto essere più felici”

Con gli amici: spesso persone che sono inciampati nella vita, ma che a un certo punto riescono a trovare un motivo di riscatto.

È un romanzo fatto di parole, tante, perché il traduttore deve cercare sempre quella giusta, l’incastro perfetto. Un romanzo che parla di libri, letteratura e di lingue, ovviamente.

E di luoghi, perché Leyland è in continuo transito tra Trieste e Londra. Spesso in dubbio su quale sia il suo luogo o, forse, chiedendosi se l’importanza sia il luogo o le persone che quel luogo lo fanno.

“Forse era ancora più complicata e anche significativa: quando all’aeroporto li ho visti andarsene, ho sentito che partivano per una città che in quell’attimo all’improvviso era molto mia; e che io le appartenevo più di quanto non appartenga a Londra. E al tempo stesso ho sentito che io non appartenevo di meno al luogo in cui c’erano Sophia e Burke che in metropolitana erano seduti accanto a me. «Qualcosa che non va?», ha chiesto Sophia e ho anche colto uno sguardo indagatore di Kenneth. Che fare delle due città e delle mie due vite in loro?”

Ho amato molto Il peso delle parole, ho amato molto questo raccontare in terza persona che diventa prima quando Leyland scrive lettere alla moglie che non c’è più, scrivendo in fondo una sorta di diario che racconta ancora una volta a noi lettori ciò che in parte già sappiamo, ma che ora vediamo anche da dentro, con lo sguardo di Leyland.

Scriverti era un modo per scrivere a me stesso