Il pastore d’Islanda

Gunnar Gunnarsson – Iperborea – traduzione Maria Valeria D’Avino

“Una festosità grande e immacolata esalava nel quieto fumo domenicale dei casali bianchi, rari e quasi sepolti sotto la neve. Un silenzio inesplicabile e promettente – l’Avvento.
L’Avvento! […] non sapeva di preciso che cosa significasse, ma c’era in ogni caso l’attesa, la speranza, la preparazione – questo lo capiva. Negli anni quella parola era arrivata a racchiudere tutta la sua vita. Perché cos’era la sua vita, la vita degli uomini sulla terra, se non un servizio imperfetto che tuttavia è sostenuto dall’attesa, dalla speranza, dalla preparazione?”

Questo libro mi è stato consigliato (e consegnato, dato che si tratta del quindicesimo #librovagabondo ) con le parole: È una delle più belle storie di amicizia che io abbia mai letto!
E l’amicizia ne Il pastore d’Islanda c’è e, non solo tra Benedikt, il cane Leo e il montone Roccia che ogni anno attraversano paesaggi innevati e freddissimi per compiere una loro missione

“Da anni i tre erano inseparabili quando c’era da fare quella gita, e ormai si conoscevano a fondo, con quella dimestichezza che forse è possibile solo tra specie animali molto diverse, e che nessuna ombra del proprio io o del proprio sangue, nessun desiderio o passione personale può confondere o oscurare.”

ma anche quella di una piccola comunità. L’amicizia fatta di piccoli gesti di solidarietà e di bontà, mi viene da dire.

Ma in questo romanzo c’è anche molta solitudine, quella solitudine bella e cercata. Quello stato dell’uomo che ha la sua importanza e necessità di esistere, almeno in alcuni uomini, almeno in alcuni momenti

“L’uomo si aggrappa alle sue cose, si aggrappa a se stesso e alle sue cose al di là della morte, teme che la vita gli sfugga tra le mani – è questa la più reale di tutte le realtà, la più fragile di tutte le fragilità, la più infinita tra le cose infinite. Teme la solitudine, che è la condizione stessa della sua esistenza.”

E c’è appunto l’attesa, la sensazione del tempo che passa e di una sorta di countdown che rema contro.

L’attesa dettata dal periodo dell’anno in cui il viaggio dei tre amici ha luogo (Il pastore d’Islanda è considerato Il canto di Natale dei paesi nordici), ma anche che il tempo migliori e che, appunto, la missione possa essere portata a termine senza perdite.

La novella di Gunnar Gunnarsson ha la poesia e la lentezza di una narrazione dei climi freddi. Una di quelle fiabe che auspicherebbero come sfondo l’inverno di un camino acceso, il silenzio di un giorno di festa e, magari, la presenza di una persona cara seduta accanto, alla quale poter dire, Ascolta, non sono belle queste parole?

“Quel viaggio era come una poesia, con rime e parole magnifiche che restavano nel sangue. E come una poesia, col tempo s’imparava a memoria e poi si sentiva il bisogno i tornare, per accertarsi che nulla fosse cambiato.”

Il pastore d’Islanda è il quindicesimo Libro Vagabondo, il consiglio di Un panda sulla luna di Terlizzi (BA)