Liz Moore – NNeditore – traduzione Ada Arduini
«Non posso crederci» disse David, piano. «Mi sa che ho dimenticato la risposta»
Quel momento si impresse per sempre nella memoria di Ada e finì racchiuso in una vetrina nel museo del declino di David. Ada non dimenticò mai il breve silenzio che seguì, durante il quale tutti fissarono il pavimento e poi rialzarono gli occhi, o la maniera in cui Giordi si schiarì rumorosamente la voce. O come la fissò David, quasi in preda all’orrore: lo sguardo del pilota che ha appena scoperto che i motori del suo aereo sono in panne. L’umiliazione che Ada provò per suo conto fu quasi insopportabile. E finalmente permise alla sua mente di formulare il pensiero che reprimeva da un anno o più: David aveva qualcosa che non andava.
David sta iniziando a sparire. La sua memoria lo sta abbandonando e con lei se ne stanno andando i ricordi del passato e, soprattutto, come scoprirà sua figlia Ada, i segreti che lui ha gelosamente custodito in tutti quegli anni. David è uno scienziato e ha cresciuto sua figlia trasmettendole la sua conoscenza, la sua mente aperta al calcolo, ai codici, alla decodifica dei codici. Ada non ha una madre, è nata da una madre surrogata, l’unico esempio di madre che ha è Liston, l’amica e collega del padre. Ada ha una vita diversa da quella dei suo coetanei, ma adora suo padre
“era saggio e passava il tempo a cercare le versioni più belle e meglio suonate di brani di Chopin, Schumann, Schubert e Bach, conosceva indovinelli eccellenti e si chiamava dottor David Sibelius e lei lo chiamava sempre e soltanto David”
così quando David inizia a “sparire” non si dà pace, prima cerca di proteggerlo, di nascondere la cosa, poi di accudirlo, di esserci, di provare a farlo tornare.
“Da dov’era seduta, sul sedile posteriore, Ada gli guardò le mani. Nella sinistra stringeva il suo portafortuna, il piccolo quadrifoglio che si portava sempre dietro. Di recente vedere che lo teneva in mano l’aveva consolata: almeno, si diceva, Davis si ricordava di metterlo in tasca tutte le mattine. Ma quel giorno quell’immagine la rattristò, perché parlava di un desiderio non realizzato”
Ma quando gli indizi iniziano a rivelare un passato diverso per David, qualcosa che lei non conosceva, Ada non può che sentirsi tradita, ma allo stesso tempo deve sapere, deve indagare, deve scoprire.
Inizia così la seconda parte del romanzo di Liv Moore, quella a mio avviso meglio riuscita (la prima, sempre a mio avviso, è un pochino prolissa, troppo ricca di dettagli che ne intaccano la scorrevolezza). Perché quando partono le ricerche, quando piano piano i vari tasselli vanno a inserirsi nel puzzle del passato di David e di conseguenza di Ada, tu lettore non riuscirai a staccarti più dalla lettura.
Liv Morre scrive un romanzo che oscilla tra gli anni Ottanta al 2009 per poi fare incursioni nel passato e nel futuro prossimo. Scrive un romanzo che parla di perdita di memoria, ma anche di quell’Intelligenza Artificiale di cui tutti oggi parliamo.
Ciao, digitò. Sono Ada Sibelius.
Ciao, Ada, rispose ELIXIR. Da quanto tempo, come stai?
[…]
Bene, digitò. E tu? Aggiunse.
Tutto bene, rispose ELIXIR. Ma mi sei mancata.
Scrive anche di altro, ma non posso dire molto per non rovinarvi il piacere di indagare il passato di David insieme ad Ada. Quello che posso dirvi è che siamo davanti a una sorta di romanzo di formazione, un romanzo dove la vera protagonista non è la scienza, non è l’intelligenza artificiale e forse non è nemmeno la memoria, ma sono i rapporti, è il dolore delle perdite, è quell’amore di cui ogni storia parla. E forse è la consapevolezza che siamo umani e che, quindi, possiamo fallire, possiamo sbagliare strada e possiamo ferire
“Solo gli esseri umani sono in grado di farsi del male tra loro, pensò Ada; solo gli esseri umani vacillano e si tradiscono con frequenza straordinaria e spaventosa.”
Il mondo invisibile è stato uno dei due suggerimenti di Laura di Le mille e una pagina e la scelta di Irene de Il chiodo fisso nella quarta puntata di #edopocosaleggo

