Ibtisam Azem – Hopefulmonster – traduzione Barbara Teresi
“Compose nervosamente il numero di Nidal, l’autista e responsabile delle braccianti. Rischiava quasi di rompersi il dito tanta era la forza con cui tornò più e più volte a digitare i tasti per comporre il numero. Il cellulare di Nidal era poggiato sul tavolo della cucina di casa sua, accanto a un bicchiere pieno di tè. Lo zucchero sul fondo del bicchiere di vetro non si era sciolto, perché nessuno lo aveva mescolato. Il telefono continuava a squillare e vibrare, e a ogni chiamata avanzava un po’ verso il bordo del tavolo, finché non cadde a terra.”
È un giorno come tanti o dovrebbe esserlo, ma quel giorno è il giorno in cui gli ebrei israeliani si svegliano accorgendosi che dalle loro vite quotidiane, da quella città che è Tel Aviv (Giaffa, nel dettaglio), manca una parte degli abitanti. I palestinesi sono scomparsi da Israele e la Tv inizia a diramare le prime tentennanti notizie
«Corre voce che gli arabi di Israele, e anche di Giudea e Samaria, si siano messi in sciopero generale, ma la notizia non è ancora confermata.»
Questa perdita, questa mancanza, questa insicurezza, crea lo scompiglio, tra chi ha paura non capendo cosa possa essere successo, dove possano essere spariti tanti esseri umani, e chi esulta perché finalmente il nemico se ne è andato e non è importante come, né dove.
In tutto questo il governo ne approfitta per indire un censimento, per chiedere alla popolazione presente nello stato di Israele di registrarsi entro la mezzanotte, e chi non lo farà non potrà più fare ingresso nel Paese.
Ma tra ebrei israeliani e arabi palestinesi ci sono anche delle amicizie, ovviamente; e amici sono i due protagonisti di questa storia, Ariel (israeliano) e Alaa (palestinese) e sono loro le due voci principiali di questa narrazione.
Ariel scopre che Alaa è sparito all’improvviso come tutti i palestinesi, ma nell’appartamento dell’amico trova un quaderno rosso. Un quaderno rosso che darà la voce ad Alaa, perché è una sorta di diario, una raccolta di lettere scritte da Alaa alla nonna, quella nonna che nel primo capitolo Alaa ha trovato morta
“Nonna era seduta sulla vecchia panchina di legno e fissava i mare con uno sguardo che adesso mi appariva vuoto. Era circondata dal vociare dei bambini che giocavano lì intorno facendo un gran baccano. Diceva sempre che i bimbi sono uccelli del paradiso, e mamma le rispondeva: «Dio ne scampi, da quegli uccelli. Fanno più chiasso che altro. Oddio, anche in paradiso c’è chiasso?». Nessuno si era reso conto che era morta. È morta come voleva lei: di fronte al mare, diceva, oppure nel suo letto.”
Ma Ariel è anche un giornalista e sarà incaricato di indagare per cercare di capire o, comunque, di documentare, cosa sta succedendo nel Paese.
Ibtisam Azem ci mette di fronte a una duplice narrazione: se da una parte abbiamo l’attualità di Ariel, dall’altra abbiamo la memoria del passato di Alaa o, meglio, dei racconti della nonna di Alaa
“Hai detto che camminavi nel mattino, ma non lo riconoscevi. Né il mattino né le strade, quasi fossero partiti anche loro insieme agli sfollati. I miei occhi bambini provavano, allora, a immaginare la scena mentre tu la descrivevi: «Come se il buio li avesse inghiottiti. Come se i mare li avesse rapiti». Così hai descritto i tuoi giorni e la gente che era stata cacciata via al di là del mare. Non hai detto che il numero di abitanti si era ridotto da più di centomila a circa quattromila persone. No, non lo hai detto. Hai detto, invece, che senza di loro non riuscivi più a riconoscere la tua città.”
Di quel 1948, l’anno della nakba, la cacciata, l’esodo.
Ne esce un racconto commovente e originale. Un racconto che fa ancora più male alla luce dell’attualità che sta vivendo il popolo palestinese
“Dico che hanno bombardato Gaza, e non che le hanno dichiarato guerra, perché la parola ‘guerra’ suona ormai troppo leggera alle mie orecchie. Guerra era una parola grande quando ero piccolo, ma poi sono diventato grande e lei si è fata piccola. Le guerre intorno a noi si sono moltiplicate, tanto che ci abbiamo fatto l’abitudine. I raid, invece, non li conoscevo, ed è per questo che mi sembrano sempre così violenti e duri. I bombardamenti hanno un modo quasi insulso di ripetersi.”
un racconto che, pur non nascondendo una vena politica e, ovviamente, storica, dà priorità alla creatività e alla qualità letteraria, alla necessità di restituirci una storia. Tanto che quando chiudi il libro per un lungo istante ti illudi che tutto ciò che Ibtisam Azem ci ha narrato sia solo frutto della sua fantasia.
Odio parlare di libri necessari, perché i libri lo sono forse tanti o forse nessuno. Ma Il libro della scomparsa credo lo sia davvero, oggi più che mai, se non altro per farci entrare nella memoria di un popolo da sempre costretto a una vita così lontana da quella che noi potremmo chiamare “normalità”
“Forse quando si nasce in un paese come questo, su un letto di disastri, si va sempre in cerca di storie avvincenti sulla salvezza, sulla vita e la morte. Perché le storie ordinarie diventano qualcosa che non ci assomiglia. Non ci rivediamo più nelle nostre storie, quelle in cui esistono la noia o la vita normale. Cerchiamo noi stessi, in modo da poter somigliare all’immagine che abbiamo nei telegiornali o nei romanzi.”

