Han Kang – Adelphi – traduzione Lia Iovenitti
“Quando grossi fiocchi di neve si posano sulla manica di un cappotto nero, i cristalli più grandi sono visibili anche a occhio nudo. Ci vogliono appena uno o due secondi perché quelle misteriose forme esagonali si dissolvano. È a quel breve istante di contemplazione silenziosa che lei sta pensando.
Nell’attimo in cui inizia a cadere la neve, la gente si ferma, qualunque cosa stia facendo, e rimane a guardarla per un po’. I passeggeri sugli autobus alzano la testa e fissano fuori dal finestrino. E quando i fiocchi si disperdono senza rumore, senza gioia né tristezza, e poco dopo migliaia di altri cancellano silenziosamente le strade, alcuni smettono di osservare volgendo lo sguardo altrove.”
Approdo a Il Libro bianco di Han Kang dopo aver letto La vegetariana, Atti umani e Non dico addio, proprio in questo ordine. Approdo a Libro bianco, diversi mesi dopo aver chiuso le pagine di Non dico addio, ma sentendo ancora addosso una sensazione di freddo e neve. Ci approdo pensando che per me, già Non dico addio è un libro bianco, un libro dal quale emerge solo quel colore (o quasi, un po’ di rosso c’è…). Ci approdo pensando che non potrò mai più osservare la neve senza pensare alla malinconica e dolorosa dolcezza dello sguardo di questa scrittrice.
Il libro bianco è una raccolta di pensieri che, ovviamente, hanno come soggetto il bianco, ma probabilmente non solo. Tornano i temi della scrittrice coreana: il dolore che qua è, certo, meno “pugno nello stomaco” rispetto ad Atti umani (per citare quello che, secondo me, è il suo romanzo più doloroso in assoluto)
“quando le capita di vedere delle zollette di zucchero impilate su una piattino, ha ancora la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di prezioso. Ci sono ricordi che il tempo non intacca, E nemmeno il dolore. Che il tempo e il dolore, come si dice, sbiadiscono e distruggono tutto, non è vero.”
ci sono i morti e i vivi che, in un qualche modo, si incontrano e dialogano
“Però lei sa che quando gli abitanti della città portano fiori e accendono candele davanti a quel muro, non lo fanno solo per le anime dei defunti. Lo fanno perché credono che essere vittima di un massacro non sia una vergogna. Lo fanno per tenere vivo quel lutto il più a lungo possibile”
Come in quel continuo passare dalla prima alla terza persona, a sottolineare che a ritrovarsi in quella città straniera che fa da sfondo a questo libro, è certo la scrittrice, ma in fondo è, o avrebbe dovuto essere, la sorella morta appena nata
“Così provo a immaginare che sia venuta qui al mio posto.
In questa città stranamente familiare, che assomiglia alla sua vita e alla sua morte.”
C’è il corpo che “sente”, la solitudine che (a mio avviso) in Han Kang si percepisce sempre. C’è, soprattutto, la sua scrittura, la sua poesia, il suo essere lieve nonostante ciò che scrive
“E spesso se ne dimenticava.
Che il suo corpo (come quello di tutti noi) era una casa di sabbia.
Che fin dall’inizio non faceva che sgretolarsi.
Che scivolava ostinatamente tra le dita.”
Il libro bianco non è l’opera dalla quale consiglierei di iniziare a scoprire Han Kang, ma è un approdo che può essere apprezzato da chi conosce già l’autrice, un completamento, un ritorno là dove si sa che le parole sono scelte con la cura di chi con quella cura viva e “ascolta”.
Un libro da non leggere tutto d’un fiato, ma da centellinare, come una raccolta di poesie: magari quando si ha bisogno di un pizzico di purezza.
“Sarà perché dentro di noi palpita qualcosa di bianco e incontaminato che la purezza di certi oggetti ci commuove sempre?”

