Stephen Harrigan – Nutrimenti – traduzione Nicola Manuppelli
“Ciò che conservo di quegli anni lontani è una collezione piuttosto casuale di consistenze, odori, gesti, toni di voce, l’avvertire sicurezza o paura, e la forte percezione di certi luoghi specifici, il tutto vissuto con la consapevolezza vaga di un bambino riguardo al tempo. Per buttare giù tutto questo in modo che abbia un senso, dovrò fingere di avere osservato le cose con maggiore chiarezza e ascoltato con più attenzione di quanto non abbia fatto davvero. I dialoghi che riporterò, per esempio, vanno considerati come un tentativo sincero di avvicinarmi a quanto potrebbe essere stato detto. Spetta a voi decidere se tutto ciò possa essere considerato storia e non semplicemente finzione, ma voglio che sappiate che mi sono sforzato di essere il più accurato possibile, basandomi sui frammenti di memoria che possiedo. Ero solo un bambino e non prendevo appunti.”
Oklahoma City, 1952. Grady ha cinque anni e vive con la madre e il fratello Danny di un anno più grande; il padre è morto in guerra e la famiglia orfana di questa perdita è tornata a vivere vicino ai nonni materni. Accanto a loro abitano gli zii, Frank ed Emmett, i fratelli della mamma, anch’essi reduci di guerra e la sorella, zia Vivian.
“Era la presenza di Big Dan a garantire la sicurezza della mia infanzia in quella grande famiglia. Suppongo che quella sicurezza fosse in parte un’illusione, un incantesimo che tutti gli adulti si impegnavano attivamente a creare e mantenere per i due ragazzi senza padre che erano giunti tra loro. Volevano ricostruire il mondo da capo insieme a noi, per mantenerci estranei alla guerra che in un certo senso ci aveva forgiati, rendendoci mezzi orfani.”
Oklahoma City, 1952. Un leopardo scappa dal Lincoln Park, seminando da una parte il terrore di poterlo incontrare, dall’altra il desiderio di volerlo uccidere. Televisione, radio e ogni discorso ruota intorno all’animale che nessuno riesce a trovare.
Questo è lo sfondo di ciò che ci racconta Harrigan, l’evento che muove questo romanzo che di fatto è la storia di una famiglia con le sue tensioni e i suoi trascorsi, che però cerca sempre di tacere e di essere amorevole nei confronti di Grady e Danny, i due bambini.
“Sapevo, forse era l’istinto a dirmelo più che una vera e propria consapevolezza, che quella foto era stata scattata prima che Frank ed Emmett andassero in guerra e tornassero cambiati, prima che nostra madre diventasse un’infermiera e vedesse alcune delle più gravi ferite fisiche di quella guerra, prima che mamma perdesse suo marito, prima che l’intera famiglia si ristabilisse nella casa dove un tempo erano stati giovani e uniti, ma dove ora erano avvolti dal dolore intrappolati, in un certo senso, incapaci di avanzare completamente verso il futuro, e sempre più in disaccordo tra loro, con tensioni crescenti.”
O almeno questo è ciò che vediamo noi, perché la storia, tutta la storia ci viene raccontata dal piccolo Grady, con gli occhi di un bambino di cinque anni. Con le sue domande, con il suo non capire proprio tutto.
Ma la bellezza di questo romanzo, oltre che la storia in sé, è la scelta dello scritturo di farcelo raccontare da un adulto, da quel Grady, oramai anziano, che scrive una lettera per raccontare della “grande fuga del leopardo” e che lo fa con il filtro dell’adulto, ma non abbandonando mai lo sguardo pieno di meraviglia di quel bambino di cinque anni.
Un romanzo scritto bene, uno di quei romanzi che senti essere perfetto nella sua struttura e nel suo farti entrare in una storia che ti porta lontano: in quegli anni Cinquanta americani con la messa della domenica, la voglia di andare avanti, il ricordo di ciò che la guerra ha lasciato e il razzismo più o meno latente.
Un romanzo con dei personaggi delineati altrettanto bene (tanto che li immagini già in un film), e una figura femminile, quella della madre, che sa essere bello: tenero e deciso. Una sorta di eroina della quotidianità
“L’amore di mia madre era stato una presenza costante nel mio mondo, un dato di fatto a cui non avevamo mai prestato attenzione. Era presente con la stessa forza e naturalezza del suolo su cui camminavamo, senza un inizio evidente e senza la possibilità che potesse mai venire meno. Ma quella sera, forse per la prima volta, mi resi conto di quanto fossi fortunato a riceverlo.”

