Kader Abdolah – Iperborea – traduzione Elisabetta Svaluto Moreolo
«È esattamente quello che intendo per amicizia», rispose Abdolkarim, «che uno compensa l’altro. E quando uno non è in grado di fare una certa cosa, l’altro interviene»
Kader Abdolah ne Il faraone d’Olanda ci racconta la storia di un’amicizia, di un segreto e di una promessa da mantenere a ogni costo, anche rischiando di andare incontro a difficoltà, incomprensioni e (chissà) magari anche alla legge
«Mia cara figliola, io non lo faccio per me», disse, «ma perché l’ho promesso a tuo padre tanti anni fa, quando la sua mente funzionava ancora. È una cosa tra me e lui. Non disturbiamo nessuno e non mettiamo in imbarazzo nessuno…»
E ci racconta anche una storia che parla di memoria, dove Abdolah pare dirci che, in fondo, la memoria conserva solo ciò che è veramente importante, ciò che non vogliamo dimenticare.
Herman Raven è stato un famoso egittologo e ora sta perdendo i ricordi, dimentica molte cose del passato remoto e vicino, ma non dimentica mai la strada che lo porta a casa dell’amico Abdolkarim, quell’uomo che un tempo è entrato nella sua vita forse per vendergli una lavatrice, forse per ripararla. E non dimentica il segreto che ha condiviso solo con quell’amico: il sarcofago di una regina che nasconde in cantina. Ma quando quel segreto viene a galla, quando i due amici iniziano a pensare di dover riportare in Egitto la regina Merneith, perché hanno sognato i coccodrilli e i coccodrilli sono un brutto presagio, iniziano i problemi.
Sarà vera la storia di quel sarcofago? Sarà vero ciò che raccontano due vecchietti che stanno perdendo pezzi di memoria e che, comunque, hanno un’età che rema loro contro? E sarai anche tu, lettore, che hai imparato a conoscere due protagonisti poco affidabili, o almeno con le memoria poco affidabile, a chiederti fin dove arriva la verità.
E poi c’è la nostalgia per la patria, quella terra che un giorno si è dovuto o si è voluto lasciare. C’è il richiamo che quella terra esercita sui suoi figli.
“tutto torna al luogo da cui è venuto”
E sarà, oltre all’amicizia, il desiderio di tornare in Egitto a muovere Abdolkarim, a fare in modo che non si arrenda, a farlo lottare contro tutto e tutti
«Qualche tempo fa ho visto un film in bianco e nero alla televisione», rispose Abdolkarim. «Era una sera tardi e io ero lì da solo sul divano. IL film parlava di un pescatore, della mia età. Aveva sognato per tutta la vita di catturare un pesce enorme, il pesce più grande che fosse mai esistito. Era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Si vedeva con il pesce tra le mani. E alla fine lo cattura davvero. Il pescatore aveva la mia età.»
Il Faraone d’Olanda è una storia fatta di lentezza, quella lentezza tipica delle persone anziane, come lo è la ripetitività delle parole e dei comportamenti. E questo Abdolah lo fa entrare nel suo romanzo attraverso dettagli che sembrano superflui, che magari non servono a far andare avanti la storia, ma che servono a farci entrare in quella storia, nel ritmo dei suoi protagonisti: un bastone agitato, una tavola apparecchiata, un cappotto appeso all’ingresso. E io questa cosa l’ho amata parecchio.
Avevo davvero grandi aspettative per questo romanzo di Kader Abdolah, avevo (e ho) ancora il ricordo delle splendide atmosfere de La casa della moschea, quei personaggi, quelle tradizioni. Il faraone d’Olanda non raggiunge, a mio avviso, quella grandezza, pur rimanendo un buon romanzo, una bella storia e, ovviamente, una scrittura perfetta.
Quindi lo consiglio a chi di Abdolah ha già letto tutto (cosa che avrei dovuto fare, prima, anche io), a chi crede che l’amicizia sia il bene più prezioso, a chi crede nei sogni e, un poco anche, nelle favole. E a chi pensa che non sia necessario ricordare proprio tutto e mette in preventivo che, a volte, la memoria non sia proprio così affidabile.

