Il dio per metà donna

Perumal Murugan – Utopia – traduzione Dorotea Operato

“Maasami è il suo nome tradizionale; Devatha la variazione locale. Ma la divinità è una. Il mondo nasce dall’unione del maschile e del femminile, e Maasami appare come un dio a chi lo immagina con fattezze di uomo, e come una dea a chi lo immagina con fattezze di donna. In realtà, non ha una sola forma: vive nella nostra mente. Maasami è la prova che dio si manifesta secondo il modo in cui lo concepiamo.”


Kali e Ponna sono una coppia di sposi, una coppia ormai consolidata dagli anni e da quell’amore che pare essere sufficiente a garantire una vita serena e ad alleviare le fatiche del duro lavoro tra terra e stalla
 


“Sapeva sempre dove si trovasse, cosa stesse facendo, come si muovesse. I pensieri di lui erano pervasi dai movimenti e dalle parole di lei.”
 


Ma nella loro vita di coppia qualcosa manca, perché sono passati “ormai” dodici anni dalla prima notte di nozze e Ponna non è ancora rimasta incinta e questo non passa di certo inosservato tra una popolazione che pensa che

 
«Una donna senza marito e una proprietà senza eredi non valgono nulla»


 E Kali e Ponna, nonostante continuino a ripetersi che loro si bastano, che loro sono felici e che se un figlio non è arrivato e non arriverà loro staranno bene ugualmente; nonostante tutto questo si sentono umiliati dalle dita puntate della gente, da quel giudizio che vede Kali impotente e Ponna sterile
 

“Non poteva fare a meno di pensare che, a dodici anni di distanza, l’albero fosse diventato rigoglioso e desse da tempo frutti, mentre nel suo inutile grembo non c’era stato modo di far crescere nemmeno un verme. Qualunque cosa guardasse le ricordava che donna incompleta lei era.”
 

E così ci saranno riti propiziatori, la speranza ogni mese di non veder tornare quel sangue che decreta che nulla è successo nel corpo di Ponna, il guardarsi in modo differente
 

“Prima c’erano il desiderio e l’urgenza di sperimentare ogni volta qualcosa di nuovo. Ora quella passione era svanita. Se avvicinava il proprio viso al suo, era assalito da un pensiero…
Resterà incinta, stavolta?”

 

Ci saranno discussioni e litigi con chi i figli li ha e può permettersi di dire e fare tutto ciò che vuole.

Fino a quando arriverà la festa annuale del dio per metà donna, durante la quale alle donne che ancora non sono madri è concesso di accoppiarsi con uomini sconosciuti che, quel giorno, rappresentano la divinità.

Perumal Murugan riesce a farti entrare nella stessa ossessione che circonda e assale i suoi due protagonisti. Ci riesce raccontandoti ciò che ogni giorno i suoi protagonisti ascoltano da amici, parenti e semplici conoscenti, la ripetizione di un unico concetto: un matrimonio deve generare dei figli.
Lo fa con una scrittura semplice, la sua, quella che chi lo ha già incontrato in Punacci o in Rogo, già conosce. E come già in Rogo, a un certo punto della narrazione il tono sale o, meglio, sale l’angoscia, perché ciò che succederà a quella storia d’amore, ciò che verrà chiesto a quella storia d’amore sarà tanto, sarà troppo. E tu lettore, ti ritroverai a voler entrare in scena per far cambiare il corso degli eventi.


“In questa società le persone infelici non riescono a vedere ciò che un uomo ha. Vedono solo ciò che non ha.”


L’editore, Gerardo Masuccio, nella seconda di copertina de Il dio per metà donna (una seconda di copertina che è già alta letteratura) ci dice che è l’amore l’unico mezzo che abbiamo per superare la solitudine, l’unico modo per raddoppiare la vista su questo nostro mondo così vasto. E si chiede o, forse, ci chiede, riportandoci la domanda che Perumal Murugan nasconde nel suo romanzo, cosa succede all’amore quando la società si intromette, quando le regole diventano imposizioni da seguire per non sentirsi reietti.
Quando è il giudizio degli altri il vero motore.


“Ti prego proteggici dal giudizio della gente”


Perumal Murugan lo fa, per l’appunto, dire alla sua protagonista.

Il dio per metà donna è un viaggio capace di riempire il lettore di rabbia, di dargli un pugno nello stomaco, di non lasciarlo indifferente, come, del resto, solo la letteratura può e sa fare.