Il campo delle pere

Nana Ekvtimishvili – Voland – traduzione Ruska Jorjoliani

“In una periferia di Tbilisi, là dove il quartiere è suddiviso in microcosmi e le strade non hanno un nome, se ne trova una che invece un nome ce l’ha: via Kerč. Qui non v’imbattereste in nessun monumento o palazzo storico, in nessuna fontana o statua di un personaggio eminente. La strada è fiancheggiata su entrambi i lati da una serie di caseggiati di stampo sovietico, intervallati, di tanto in tanto, da qualche edificio diverso, come quell’Istituto Tecnico dell’Industria Leggera, abbarbicato su un’altura, attorniato di pini, con una grande e ampia scalinata, oppure quello dell’asilo nido, della Scuola Secondaria Pubblica numero qualcosa di Tbilisi, dell’ex Centrale Telefonia, […] e, infine, quello della “scuola dei ritardati”, così conosciuta tra gli abitanti della zona, ma che in realtà si chiama Scuola-Convitto di sostengo per bambini con disabilità mentali.”

L’incipit de Il campo delle pere sembra l’inizio di una favola, un “C’era una volta in un paese lontano…”, ma questo romanzo non è una favola. Questa è la storia di un luogo dove i bambini sono orfani o come orfani sono: abbandonati perché disabili, perché le madri  non possono prendersene carico, abbandonati per un motivo che non si ricorda nemmeno più.

Questa è la storia di Lena, che è maggiorenne e che quel luogo potrebbe lasciarlo, ma decide di restare perché ha un compito da svolgere che non è solo occuparsi dei più piccoli o di quel parcheggio che le viene affidato in custodia; Lela deve uccidere un professore.

Non è facile la vita nel convitto, i ragazzi sono abituati a vivere di violenza, di soprusi, di mancanze e di attese. Sono abituati ad avere poco e nulla e a non condividere affetto, forse perché l’affetto non lo hanno mai conosciuto

“La bambina d’un tratto le prende la mano, d’istinto, ma la ragazza se ne libera. Preferisce correre da sola, pur rimanendo insieme agli altri, come fanno i passeri, ma volare comunque in solitaria.”

Sono abituati a guardare quel campo di pere che è bellissimo da lontano, ma che nasconde il pericolo, il terreno putrido, il fango che si arrampica alle caviglie

“Se Lela nel salire le scale antincendio pensa di ritrovarsi in un altro mondo, quando attraversa per caso e di corsa il campo delle pere […] l’afferra la sensazione che i peri siano in grado di agguantarla e scaraventarla a terra, che il suo corpo possa sprofondare nel suolo melmoso, che le radici possano coprirla, inghiottirla per sempre.”

È una storia triste e dura quella che ci racconta Nana Ekvtimishvili, una storia di bambini costretti a crescere in fretta. Di palazzi che odorano di ex unione sovietica, di miseria e di una speranza alla quale aggrapparsi, pur sapendo che di mera speranza si tratta. È la storia di una ragazza con un desiderio di vendetta, di un ragazzino che forse riuscirà a diventare un eroe e a farsi portare via da lì, e di tutti gli altri abitanti dell’orfanotrofio. Ed è, forse,anche una storia d’amore, ma del resto tutte le storie lo sono…

Nella postfazione Ruska Jorjoliani racconta la difficoltà di tradurre una lingua spigolosa come il georgiano in una lingua flessuosa come l’italiano; io posso dire che leggendo Il campo delle pere ci si trova di fronte a un romanzo dove la durezza è sottolineata da un linguaggio diretto che non risparmia mai nulla, ma che il tutto è bilanciato da quei  passaggi che  portano con sé un tono poetico, e non so se questo sia dovuto al testo originale, appunto, o al tocco della traduzione e della lingua italiana

“sui tronchi di entrambi gli alberi ci sono degli incavi laterali, fatti con la sega, all’interno dei quali è stata introdotta un’asse di legno. È così che è stata ricavata la famigerata panchina del cortile del Convitto, che ha visto susseguirsi generazioni di bambini residenti nell’istituto. E intanto i due abeti continuano a vivere, a crescere, a cercare di reggersi in piedi malgrado i fusti tagliati quasi a metà, e a  far arrivare fino in cima il nutrimento assorbito dalle radici. Si direbbe che la trave gli si sia innestata addosso, legandoli per sempre, e che li aiuti a mantenersi in equilibrio. E, dal momento che i due alberi sono diventati prigionieri l’uno dell’altro e anche degli esseri umani, non resta loro che vivere con questo corpo estraneo trapiantato nella carne.”