Il battello bianco

Cinghiz Ajtmatov – Marcos y Marcos – traduzione Gigliola Venturi

“Aveva due favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l’altra, quella che raccontava il nonno. Poi, non ne rimase niente.”


Il bambino ha sette anni e vive con il nonno e la nuova sposa del nonno: la mamma se ne è andata in città, del padre poco si sa. Abitano il posto di guardia vicino alla foreste, in Kirghisia, il loro villaggio è formato da solo tre famiglie.

È, per forza di cose,  un bambino solitario lui. Un bambino che parla con i sassi e con la sua cartella nuova. Un bambino che si nutre delle storie che gli racconta il nonno


“Così trascorriamo l’inverno. È lungo, l’inverno. Non ci fossero le storie di nonno, m’annoierei molto, d’inverno.
Ma in primavera come si sta bene, da noi. Quando il caldo s’è infine stabilito, tornano i pastori. Allora non siamo più soli, sulle montagne. Dopo di noi, però, oltre il torrente, non c’è nessuno. Là ci sono soltanto foreste, e tutto quello che si trova nella foresta.”


E con le storie che anche lui si inventa, quanto prende in binocolo e si arrampica sulla vetta e sogna di trasformarsi in un pesce per raggiungere quel battello che guarda da lontano, quel battello dove immagina esserci suo padre


“Intanto il battello navigava, allontanandosi lento. Bianco e lungo, scivolava sulla liscia superficie azzurra del lago, col vapore che usciva dai fumaioli – e non sapeva che verso di lui nuotava il bambino, trasformatosi in un bambino-pesce”


È una storia che parla di leggende questa, di Madre cerva dalle ramose corna dalla quale il popolo del nonno ha origine; la storia che il nonno racconta al bambino e che il bambino racconta alla sua cartella, alla sera, prima di addormentarsi


“Né sapeva che nuovi avvenimenti l’attendevano, nella sua breve vita; che sarebbe venuto il giorno in cui sarebbe rimasto solo al mondo, con la sua cartella come unica compagna. E tutto a causa della sua storia prediletta, la leggenda di Madre cerva dalle ramose corna”


E sarebbe anche una bella favola questa, fatta di neve e di cervi, fatta di un nonno che porta a scuola il nipote in cavallo, attento a che non arrivi in ritardo mai. Fatta della lentezza di certi popoli.

Sì. Sarebbe una bella favola, nonostante un bambino praticamente orfano e il freddo e la solitudine; ma in questa storia ci sono anche gli uomini cattivi: gli uomini duri e rozzi capaci di picchiare una moglie perché non “sa” procreare


“Non capiva perché la zia Bekej cercasse d’ingraziarsi il marito con la vodka. Lui la prende a pugni e lei, dopo, gliene dà ancora mezzo litro.
Ah, zia Bekej, zia Bekej. Uomini così non bisogna perdonarli”


C’è il dover sopravvivere e il non perdere la dignità, quella dignità che garantirà due corna di cervo sulla tua tomba


“… il vecchio ricominciò a raccontare dei tempi andati, di Madre cerva dalle ramose corna. E preso lui stesso dal proprio racconto, si diceva: com’è semplice provare felicità e dividerla con gli altri. Bisognerebbe vivere sempre così. Sì, come adesso, come in questo momento. Ma la vita non va in questo modo – accanto alla felicità sta appostata, pronta a far irruzione nel tuo animo e nella tua vita, l’infelicità, che segue senza allontanarsi d’un passo, inseparabile, eterna.”


Sì, ci sono gli uomini cattivi e ci sarà quella vicenda, quell’atto che il bambino non potrà capire, perdonare.

Un romanzo duro e splendido che ci porta al cospetto di un mondo lontano, un mondo che probabilmente anche noi, come quel bambino che vorremmo abbracciare, faremo fatica a capire