Il ballo delle pazze

Victoria Mas – E/O – traduzione Alberto Bracci Testasecca

“Poi, di quando in quando, il famoso attacco isterico viene a scuotere il dormitorio nel quale aleggiava una calma temporanea: a letto o per terra, un corpo di donna si piega, si contrae, lotta contro una forza invisibile, si dimena, si inarca, si torce, tenta di sfuggire alla propria sorte senza riuscirci. Il personale medico le si fa intorno, un infermiere le applica due dita contro le ovaie e poco a poco la pressione calma la pazza. Nei casi più gravi le viene applicata sul naso una garza imbevuta di etere, allora la donna chiude gli occhi e la crisi cessa.
Non c’è nessun’isterica che balla scalza nei corridoi freddi, solo una preponderante battaglia muta e quotidiana per la normalità.”

Di regola, quando faccio le mie recensioni o, comunque, racconto un libro, cerco di soffermarmi sul positivo; anche se il romanzo non mi ha convinta completamente, cerco di metterne in evidenza i lati che mi sono piaciuti, questo perché un libro è spesso questione di gusti e, soprattutto, perché mi spiace trattare male la fatica degli altri. Il ballo delle pazze non mi consente di fare questo. Perché io di questo romanzo non salverei proprio nulla.

Lo spunto avrebbe anche potuto essere interessante: trattare l’immagine di una donna che a fine del 1800 deve rimanere dentro alcuni schemi, per non essere rinchiusa e giudicata, appunto, pazza, ma il tutto viene affrontato in maniera frettolosa, non dando tempo al lettore di entrare veramente nella vicenda, di appassionarsi alla storia, di vedere i muri dell’ospedale, di camminare quei corridoi (forse per questo bisognerà guardare il film tratto dal romanzo appunto)

Come non sono riuscita ad appassionarmi e a voler bene ai personaggi: poco empatiche quelle donne che continuano a essere definite alienate, e non so se questo abbia lo scopo di renderle ancora più recluse, lontane dal mondo, quasi effimere, ma a me le ha rese solo meno interessanti, meno empatiche, meno e punto. Certo, alcune di loro hanno un nome e un minimo di storia, ma la poca empatia (a mio avviso) rimane. Io non le ho viste,  non le ho sentite: nessuno spessore, bidimensionalità (anche qua forse nel film riusciranno a guadagnare la terza dimensione)

Pesante anche la visione dell’uomo completamente negativa (forse se ne salva solo uno, tutto il resto è da buttare)


“Tuttavia la pazzia degli uomini non è paragonabile a quella delle donne, perché gli uomini la esercitano sugli altri, mentre le donne su se stesse.”

La struttura è esile, troppo veloce il susseguirsi degli eventi. Troppo “facile” intuire dove andranno a finire le cose. Troppo facile il cambio “di segno” dei personaggi: manca il tempo dell’evoluzione che così diventa poco realistica.

E arriviamo alla scrittura, la vera nota dolente di questo romanzo

(a mio avviso, dato che questo è il parere di un’umile lettrice).

Mi ha annoiata fino dalle prime pagine: piatta, scontata, banale. L’uso di frasi fatte, le inutili ripetizioni, il racconto di dettagli che poco portano alla storia, e anche descritti in modo sciatto. Una scrittura che manca di morbidezza, di calore, e che disperde il piacere di essere letta; mi sono detta che forse questo era l’intento per farci percepire la freddezza dell’ambiente, ma mi sono anche risposta che quando leggo un libro io devo trovare il piacere di farlo, devo sentire una voce, uno stile che qua manca del tutto. Un testo che in alcuni tratti “odora” di sceneggiatura, sembra voler dare delle informazioni più che raccontare una storia.

Forse sbaglio io a essere così critica, qualcuno direbbe che è una questione di gusti e magari è anche così. Ma io vorrei davvero capire chi ha amato questo romanzo (e lo ha anche consigliato) cosa ci abbia trovato che io non sono riuscita a vedere, perché inizio a pensare di essere io dalla parte del torto.

Concludo dicendo che forse una cosa la salverei: la copertina, che (mannaggia a lei) è forse anche quella che un po’ mi ha fregata.
È vero avrei dovuto abbandonare questa lettura, non era mia e me ne sono accorta subito, ma ho voluto dargli una possibilità e capire. E, soprattutto, detesto non arrivare in fondo alle storie, a costo di soffrire dentro e con loro (e poi è un romanzo breve e, noia a parte, si legge in velocità)