I quattro libri

Yan Lianke – Nottetempo – traduzione Lucia Regola

“Su nelle alte sfere avevano ordinato che tutto ciò che si trovava sulle rive del Fiume Giallo – uomini, terra, coltivazioni – si convertisse in un campo di rieducazione. Lassù avevano decretato che agli uomini e alle terre dell’intera zona fosse assegnato un numero e che attraverso i castighi si compisse la rieducazione. Il cielo governa la terra, la terra avrebbe governato sugli uomini. Si sarebbero rieducati attraverso il lavoro.”


Anni Sessanta, la Cina del Grande Balzo e un campo di rieducazione, la Sezione 99 del campo per l’esattezza, sono la “scenografia” del romanzo di Yan Lianke. Un romanzo duro, in alcuni passaggi, orrorifico, tanto da spingerti a guardare tenendo le mani davanti agli occhi, sperando solo che la scena si sposti altrove, che quella pagina scorra velocemente.
I quattro libri ha la potenza di una scrittura che se da una parte ti risparmia davvero poco, dall’altra ti tende la mano di una narrazione capace di illuderti che ciò che ti racconta (pur essendo finzione) non sia potuto accadere davvero.
 
Come dicevo, siamo in un campo di rieducazione dove sono detenuti quegli intellettuali che si sono macchiati di diversi crimini agli occhi delle autorità
 


“Che cosa significa lealtà?”
L’autorità si alzò in piedi e ancora una volta gli carezzò la testa, dicendo: “Torna al campo e chiedilo ai tuoi criminali, loro lo conoscono tutti il significato della parola lealtà, sono stati mandati a rieducarsi proprio perché non erano leali”.

 
Ognuno di loro, oltre alla libertà, ha perso il diritto a un nome e viene identificato solo con ciò che è o è stato (lo Scrittore, l’Erudito, la Musicista, la Dottoressa, e così via…); a dirigere il campo, a premiarli o castigarli è il Bambino, un despota che ha il potere di comandare, ma anche i vezzi di un infante capriccioso. Il Bambino che brucia i libri per scaldarsi e spinge i suoi detenuti a produrre sempre di più (che sia grano, che si acciaio), e che elabora un suo metodo di ricompense

 

“Oggi c’è un sole bellissimo,” esclamò a gran voce, “sotto questo bel sole ci siamo riuniti per inaugurare il sistema dei fiori rossi e delle cinque stelle… tutti dovranno incollare alla testiera del letto i fiori che guadagneranno. Nelle camerate vi sorveglierete a vicenda per controllare che nessuno osi ritagliarsi di nascosto un fiore e incollarlo insieme a quelli ricevuti dalle mie mani. Se qualcuno avrà il coraggio di fare una cosa simile verrà privato di tutti i suoi fiori. Colui che lo denuncerà sarà ricompensato con uno o due fiori di medie dimensioni”.


Il Bambino che riesce a mettere detenuti contro detenuti, a fare in modo che si denuncino a vicenda e che attribuisce allo Scrittore il compito di redigere La cronaca dei criminali (quello che sarà uno dei quattro libri del titolo) in cambio di fiori rossi, ma anche di quell’inchiostro che servirà allo Scrittore per scrivere, di nascosto, il suo vero romanzo (il secondo dei quattro libri) Il vecchio corso.

Non è di certo facile raccontare in poche righe cos’è questo romanzo, non è facile farlo senza passare per la storia della Cina (storia che io conosco poco, praticamente nulla), ma quello che posso di certo dire è che Yan Lianke ci regala un romanzo coraggioso e intenso, e tremendamente doloroso e diretto nel raccontarci alcuni “dettagli” che vanno dalla carestia, al cannibalismo all’infliggersi tagli per nutrire, con il sangue, il grano (in quello che, secondo me, è uno dei passaggi più densi di pathos dell’intero romanzo), e non aggiungo altro. Ma, nello stesso tempo, a tratti, riesce a restituirci l’umanità di chi riesce ancora ad amare e a sacrificare qualcosa per un altro o per un’altra (la storia tra l’Erudita e la Musicista è bella nel suo essere tragica ed è una delle poche “cose” che, in questa storia, ci fa credere ancora nell’essere umano); e la poesia della descrizione dei paesaggi e dello scorrere del tempo

 

“Una volta, quando tramontava, il sole rosso e giallo era solito impigliarsi ai rami di un giuggiolo che si ergeva all’estremità occidentale del paese, ma adesso la pianta era stata bruciata per fabbricare l’acciaio. Gli alberi erano tutti finiti nei forni. Il mondo era calvo. Non incontrando ostacoli, la luce forte del giorno si spargeva ovunque e riempiva cielo e terra; ora, gli ultimi raggi del sole al tramonto, non incontrando ostacoli, inondavano la terra come sangue.”


E poi c’è l’abitudine, e questa è forse la cosa più straziante di tutto: l’abitudine anche all’orrore. Quella che, forse, raggiunge il suo apice nell’ultimo dei quattro libri Il mito di Sisifo… Quell’abitudine che è la punizione peggiore di tutte, quell’abitudine che ci fa guardare la morte (e, ripeto, l’orrore) senza indignazione, senza sofferenza forse, come qualcosa di, purtroppo, già visto del quale dobbiamo farci una ragione


“Non ce n’è bisogno,”, replicò l’Erudito in tono piatto, coricandosi di nuovo lentamente, “di questi tempi si combatte per non morire di fame, si può comprendere qualsiasi cosa”.


L’abitudine a una vita di disperazione che rende giustificabile anche ciò che giustificabile non dovrebbe essere.

So di aver nominato solo tre dei quattro libri. Il quarto è quello che raccoglie tutto, forse, quello che racconta le cose con la distanza di chi non le sta vivendo, con la distanza della terza persona e di chi può osservare e vedere il muoversi e il vivere dei personaggi nella sua totalità.

Un romanzo sfidante che non può lasciare indifferente il lettore, che fino a quando avrà la tentazione di abbassare lo sguardo o di portarsi la mano sullo stomaco, vorrà dire che l’abitudine non lo avrà reso assuefatto all’orrore.