Ignès Cagnati – Adelphi – Traduzione di Lorenza Di Lella, Francesca Scala
“Quando ero piccola, laggiù, lontano, a casa mia, andavo al cimitero del mio paese. È sul declivio di una collina, sempre pieno di sole, di lucertole pigre, e circondato da grandi cipressi neri, alti e rigidi. Rubavo i fiori di perle, spaventata al pensiero che il morto potesse alzarsi dalla tomba e punirmi. Sono sempre rimasta delusa, non è mai successo niente. Non sono più tornata a rubare i fiori imperlati.”
È una grande sfortuna che Inès Cagnati abbia scritto e ci abbia lasciato così poco, perché Inès Cagnati ha il dono della scrittura evocativa, capace di farti sentire immersa in ciò che racconta, capace di raccontarti anche il dolore, la disillusione, la follia, con il tocco lieve di chi con le parole pare danzare.
“Cammino nella notte che ha dentro di sé i treni. I treni sono tutti partiti. Le notti della terra sono percorse dalla follia dei treni neri. Vanno in tutte le direzioni come lunghi bruchi urlanti, condannati a non incontrasi mai se non vogliono distruggersi. Dovunque i treni fuggono e si sfuggono, le persone si cercano e si sfuggono, i treni gridano.”
parole perfette sempre, mai una di troppo, mai una mancante.
In questa raccolta di racconti, Cagnati riesce a dar voce a una ragazzina che si sta preparando per prendere la licenza, ma incontra alcune difficoltà (e in questo racconto, credetemi, Cagnati riesce a farci sorridere, forse anche ridere)
«Per passare l’esame, bisogna saper risolvere i problemi e io, per colpa della vasca da bagno, non ci riesco».
«La vasca da bagno?» ha detto mio padre.
«Quella della maestra» ho spiegato. «Ha una vasca piena di buchi e nei problemi vuole che le diciamo quanto tempo le serve per riempirla e fare il bagno. Ma i come faccio a saperlo?».
«Capito?» ha detto mia madre.
«Già» ha detto mio padre, e ci ha riflettuto un po’ su. «Quello che puoi dire alla maestra senza sbagliarti è che serve moltissimo tempo per riempire una vasca bucata, che a volte è persino impossibile. Pensa a quando il nostro abbeveratoio si è forato. Non teneva l’acqua, non c’era verso. Mi spiace, è così. Quando una cosa è malridotta, è malridotta».
Come potrei sapere dove sono nata, nessuno me lo ha mai detto. E il mio nome. Quale nome? Mi chiamano la matta da quando sono qui, in questa casa estranea. Forse ho un vero nome, non ricordo. Si sono presi tutti i documenti su cui era scritto, li hanno nascosti perché non li perdessi. So che dentro c’è una foto con me sopra, mi riconosco. Questo dimostra che non sono matta, perché so chi sono, nella foto.”
E a fare da sfondo a queste sue voci, tutte credibili tutte reali, ci sono quei luoghi che Cagnati sa raccontare, quanto sa raccontare i suoi personaggi. Luoghi che odorano di campagna, luoghi attraversati dal vento e dalle stagioni
“Agosto è sempre così in queste bassure prigioniere delle colline dove i ruscelli si prosciugano, dove le rane, dal fondo degli stagni, vengono a morire a galla con gli arti distesi e la pancia rivolta verso il cielo imbiancato, intrappolate dal fango grigio e screpolato. Le foglie degli alberi sbiadiscono e penzolano, molli dai rami.”
Insomma splendidi racconti, splendida Cagnati.

