Jón Kalman Stefánsson – Iperborea – traduzione Silvia Cosimini
“La vita è incomprensibile e ingiusta, eppure viviamo, non possiamo evitarlo, non sappiamo fare altro, la vita è l’unica cosa che abbiamo per certo, questo tesoro, questo ciarpame senza valore.”
I pesci non hanno gambe si svolge su tre piani temporali: oggi, un tempo e quel 1980 in cui “il cuore di Tito si avvicinava all’ultimo battito, al grande silenzio”, mentre Breznev e Carter si riunivano per discutere le questioni più importanti della terra, ma “non avevano sorrisi sulla lista dei punti da trattare”, pur essendo il sorriso una delle cose più preziose al mondo.
I pesci non hanno gambe ci dice che la vita scappa, corre via, che il passato è relegato all’oblio, a scomparire piano piano, che l’abitudine porta allo stesso destino: quello di far diventare ogni cosa “un quadro appeso alla parete, una poltrona in soggiorno”, qualcosa che nessuno più nota e quindi, ti dice, che dobbiamo vivere, parlare, raccontare e non permettere ai sentimenti e alle parole di rimanere chiusi dentro di noi. Non permettere alle ferite di non trovare sfogo nella parola, perché non prendano troppo spazio, non diventino sempre più profonde.
I pesci non hanno gambe ci parla d’amore, ci racconta che anche l’amore più grande, più passionale, più speciale rischia l’oblio, rischia di essere spazzato via, ucciso da quella stessa abitudine che trasforma in scontato ciò che abbiamo sempre sotto agli occhi
“non c’è molta giustizia nel fatto che l’amore, con le sue passioni, con il sui intimismo silenzioso, non viva a lungo quanto le persone, e che impallidisca con gli anni, si raffreddi, perda il suo volto.
Come può essere?
Come può una cosa speciale, una cosa incredibile, diventare usuale in un lasso di tempo relativamente breve, magari solo pochissimi anni, diventare un banale martedì…”
I pesci non hanno gambe parla di poesia e di musica. Parla di quel mare che rende la vita più sopportabile e meno infelice; ma che pare essere un luogo per gli uomini, le donne sono destinate all’attesa, alla riva. Come quella lingua così maschile da sottomettere la donna anche con le parole, con le definizioni, fino a diventare cultura e a sfociare nella vera violenza.
I pesci non hanno gambe ci dice che ci raccontiamo le cose come vogliamo raccontarcele: omettendo, fornendo una versione distorta di chi siamo, una versione più comoda, più sopportabile anche
“Probabilmente non diciamo mai tutta la verità. A volte per niente, tacciamo sempre qualcosa; per rendere la vita più gestibile, per evitare l’infelicità. Ma forse più spesso per illuderci, per farci più belli, forse più spesso ancora per codardia. Trasformiamo il silenzio in menzogna, lo trasformiamo in tradimento. Raramente diciamo tutta la verità e per questo non siamo mai onesti.”
ma anche che a volte vediamo le cose come vogliamo vederle, interpretiamo ciò che vediamo nel modo più banale, o forse solo seguendo dei preconcetti
“Un po’ come se la vita di ciascuno di noi diventasse più semplice a criticare gli altri – l’hai notato? E chi non vorrebbe una vita più semplice? Ma che cos’è normale, chi può permettersi di giudicarlo, e non ci senti una prevaricazione in questa parola – normale? È normale forse avere una solida gabbia intorno? Introno alle nostre vite? Una gabbia da cui non possiamo mai scappare?”
Ma questo può anche portare a perdere un’occasione, a marchiare per sempre la vita di un’altra persona, a far cambiare il corso delle cose.
Non vi racconterò la storia (le storie) di questo romanzo davvero molto bello, del resto non lo faccio mai. Vi dirò solo che se non avete mai letto Stefansson, credo dobbiate farlo assolutamente. Ha un tocco nel suo modo di scrivere che accarezza e, nello stesso tempo, raggela come il clima di quella sua Islanda, dove tutto sembra essere una fiaba avvolta dalla neve, ma dove invece la vita sa essere crudele e spietata come ovunque. Stefansson ha una lingua che avvolge il lettore, non riesco a spiegarla in modo diverso. Stefansson con questo romanzo, attraverso il suo narratore e i suoi protagonisti, ci racconta i grandi temi della nostra vita, la sua complessità
“niente è semplice – mai – quando ci sono di mezzo gli esseri umani”
E forse ci suggerisce che anche se non è facile, a volte, per alleggerire questa nostra esistenza basta trovare le parole per poterci raccontare e le lacrime anche
“ricordati di essere riconoscente per le lacrime”

