Sarah Langan – Sem editore – traduzione Leonardo Taiuti
“Mentre procedevano, le loro spalle si sfioravano. Le braccia oscillavano, le dita si intrecciavano e poi si scioglievano di nuovo. Le cicale frinivano e i moscerini sciamavano. Ma niente uccelli. Era da un po’ che Julia non li sentiva. Man mano che si avvicinavano il suolo diventava appiccicoso. Era assurdo, ma lei ebbe la sensazione che là fuori qualcosa li stesse osservando e ascoltando. In attesa.
Dave si fermò di colpo davanti alla barriera di coni arancioni.
La buca.”
C’è un po’ di Stephen King ne I buoni vicini, c’è un po’ di Stranger Things anche. C’è una società rappresentata da un quartiere “per bene” della periferia americana, dove le famiglie sembrano vivere in amichevole serenità, organizzando rinfreschi e barbecue domenicali, dove tutto pare perfetto. Ma un giorno in quel quartiere arriva una famiglia diversa, una famiglia “grezza”, una famiglia che non rispetta gli standard del luogo. Una famiglia da osservare da dietro alle tende e alla quale diventerà facile far ricadere le colpe di ciò che a Maple Street, questo il nome del quartiere, succederà.
“«La verità è che il mondo sta cadendo a pezzi, come le dicevo. Ce ne siamo accorti quindici anni fa. E lo vediamo ancora oggi. Forse potremmo fare qualcosa, ma inventarsi un uomo nero è molto più facile. Per quelli di Marple Street eravamo solo questo: l’uomo nero.»”
Sarah Langan scrive un romanzo che ti “acchiappa” e non ti molla più, come quel buco nero, la dolina, che nelle prime pagine de I buoni vicini si apre in mezzo al parco. Sarah Langan caratterizza così bene i suoi personaggi che tu lettore riesci a vederli, riesci ad amarli o a detestarli. Sarah Langan riesce a creare suspense, regalandoci parole che anticipano senza svelare, segreti che raccogliamo dettaglio dopo dettaglio, fino a ricostruire la verità.
Sarah Langan ci racconta una società dove il diverso in qualche modo viene emarginato, guardato con sospetto, anche se accolto con il sorriso. Dove diventa facile puntare il dito e fare in modo che anche gli altri lo facciano, dove una parola può diventare sempre più grande fino a diventare accusa, minaccia, fino a fare davvero male. Ci racconta dove si può arrivare per proteggere un segreto, per proteggere la propria natura, la facciata esterna. Ma anche per provare a far vincere la verità.
“La violenza diretta sulla persona sbagliata assume una volontà propria. Vuole continuare a ferire quella persona, è come se ambisse a raddrizzare un torto. Come se, in un certo senso, volesse provocare violenza a sua volta, legittimandosi con la forza.”

