Ho paura torero

Pedro Lemebel – Marcos y Marcos – traduzione Giuseppe Mainolfi

“Però lei non aveva testa per la politica. Anzi la spaventava ascoltare quella radio che dava solo cattive notizie. Quella radio che si sentiva ovunque con le sue canzoni di protesta e la sua tiritera allarmista che teneva tutti con il fiato sospeso. Lei preferiva sintonizzarsi sui programmi della nostalgia: “Al ritmo del cuore”, “Per chi è stato ragazzo”, “Notti di quartiere”. E così trascorreva pomeriggi interi, ricamando enormi tovaglie e lenzuola per qualche vecchia aristocratica che pagava bene il talento da aracnide delle sue mani.”

Lei è la Fata dell’Angolo, lei che è anche un lui (e Lemebel la definisce a volte con il maschile, a volte con il femminile): lei indossa cappelli gialli e ricama merletti per le signore ricche di Santiago, è dovuto scappare a un’infanzia cattiva, violenta, un’infanzia che non è riuscita a capirlo. Lei che non vuole vedere il brutto e quando il brutto invade la città ed entra nel suo nido, alza il volume e canta vecchie e malinconiche canzoni.

Ma in ogni storia d’amore, a prescindere da se corrisposto o no, deve esserci anche un lui e lui è Carlos, uno studente militante, che forse la sta usando e che forse non si chiama nemmeno Carlos. Ma ha gli occhi blu ed è gentile

“Per questo la cortesia di Carlos la violentava con la sua delicatezza vellutata”

È una storia d’amore Ho paura torero, una storia malinconica. La storia di un amore malinconico e triste, una storia che tu lettore senti in ogni pagina che ti farà male, ma senti anche che questa storia ti è indispensabile. E sai da subito che la fata dell’angolo non potrai mai dimenticarla. Mai.

“Avrebbe voluto piangere, come tutte le volte che la vita bastarda le aveva restituito l’immagine del disincanto. Avrebbe voluto piangere con tutta l’anima, per cavarsi una volta per tutte la spina dolorosa della sua illusione, ma il suo sguardo da vagabonda lunatica non riuscì a riflettere il chiarore morente che sparì nell’ultimo lampo della sera.”

Perché la fata ti fa sorridere e piangere, sa ballare senza pudore e, soprattutto, sa sperare e credere sempre. Sa amare senza paura, sa sempre essere se stessa e canta, canta sempre lei, per sottolineare un momento di felicità, ma anche per allontanare la tristezza

 “Voglio dimenticare questa serata, ripeté lei, tornando a riempire i bicchieri, dimenticare che la vita è così meschina e ti offre raramente attimi di felicità come questo. Non devi essere triste, cercò di consolarla Carlos alzando il bicchiere. Lascia che lo sia, è l’unico modo che conosco per afferrare la felicità e non esserne angosciata dopo.”

Ma Ho paura torero è anche una storia di lotta, di satira contro un potere egocentrico e crudele (fantastiche e spassose le parti dove a parlare è la moglie del dittatore, dove emerge che anche il dittatore in qualche modo è torturato, insomma ha un suo castigo in terra).

Ed è anche uno sguardo in tram sulla Santiago del 1986.

Ho paura torero è un capolavoro e posso dirlo senza timore di essere smentita, ed è un capolavoro che ha il ritmo e il suono della poesia, o di quelle canzoni dove la fata dell’angolo si rifugia sempre e conosce a memoria, tutte.

“Nelle sue mattine di finestre spalancate, cantava Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca”

Inizio le letture di questo 2023 con il botto e sarà difficile restare a livello, ma se il buon giorno si vede dal mattino, quest’anno sarà un anno di letture strepitose.