Guida per morire con le piante medicinali

Atieh Attarzadeh – Polidoro – traduzione Domenico Ingenito

“Mamma dice sempre che il senso del mondo sta nel corpo. […] Mamma dice che devo lasciare che il corpo mi parli. E allora io lo lascio parlare. Riesco a percepire la sua voce molto chiaramente. Credo che, in questo mondo, l’essere umano sia capace di adattarsi a qualunque cosa. Come il mio corpo, che si è abituato a qualcosa che non c’è. Come se quella cosa mancasse da tutta l’eternità. Come se la condizione del mio corpo e quella del mondo fossero sempre state così fin dall’inizio.”


La protagonista e voce narrante di questa storia ha perso la vista da bambina e sarà attraverso il suo sguardo, anzi attraverso tutti i suoi altri sensi, che noi vedremo, o meglio, sentiremo, assaporeremo questa storia.

“È in questa solitudine che io comincio a vederci, a vedere cose che sfuggono agli occhi della gente normale. Loro sono talmente abituate a vedere le cose con i propri occhi esterni che hanno perso di vista la vera facoltà del vedere.”

vive con la madre, senza praticamente mai uscire di casa; il padre se ne è andato dopo l’incidente che l’ha resa cieca

“…in questa casa non si dovrà mai parlare di papà. In tutti questi anni, poi, ho fatto finta di non ricordarmi nemmeno della sua faccia, anche se nella vita l’ultimo volto che ho visto è stato il suo.”

Con la madre ha un rapporto quasi simbiotico; tutto ciò che lei sa del mondo esterno passa attraverso il racconto della madre

“…ogni volta che mamma esce per delle compere o altre commissioni, appunta su un quadernetto con estrema cura, in ogni dettaglio, tutte le cose che ha visto, e non appena torna a casa me le racconta per intero, proprio come se fossi uscita anche io. È solo con l’immaginazione che riesco a camminare per strada, passare accanto alla gente e fermarmi davanti alle vetrine dei negozi.”

 

ai romanzi che la madre le legge e alle cose che le dice.
Questo libro è pieno di “mamma dice”, ma soprattutto di citazioni letterarie che vanno da Madame Bovary a I fratelli Karamazov, da Cent’anni di solitudine a Borges

 

“…per me la sezione più importante della libreria è quella riservata a Borges, il mio scrittore preferito di sempre. Solo chi ha trascorso un’intera vita sull’orlo della cecità riesce a prestare un’attenzione profondissima ai dettagli e scrutare il senso delle cose più banali.”

 

madre e figlia vivono producendo medicine fatte di erbe tradizionali iraniane, seguendo l’insegnamento di Avicenna, il Maestro.


“… anche quello che facciamo noi è alchimia. Trasformiamo le piante morte in qualcosa che porta guarigione alla gente.”


e la loro vita scivola nell’abitudine, nell’essere chiuse in un loro mondo lontano dal reale. Un mondo di immaginazione, un limbo che però, a un certo punto, e per un episodio che odora di lino


“…soffro perché so che l’odore di lino non lo si potrà mai sentire in alcun libro.”


per la nostra protagonista diventerà troppo stretto e quella casa da rifugio, diventerà prigione che la costringe a non vivere


“Per la prima volta, mi invade la sensazione di essere imprigionata in casa. Mamma, la casa, le piante medicinali, la libreria e il silenzio sono la cortina di ferro di una prigione che io, prima d’ora, consideravo il mio mondo.”


e le cose cambiano.
Guida per morire con le piante medicinali dell’iraniana Atieh Attarzadeh è un racconto perturbante e gotico, che nasconde dietro alla copertina dai toni verdi delle piante, il rosso “amaro” del sangue. È un racconto originale dove l’immaginazione si spinge oltre il limite, diventando ossessione, allucinazione, follia.


Ed è brava l’autrice a guidarci nel labirinto mentale della sua protagonista, nel seminare qua è la frammenti di quello che sarà il finale, nel regalarci un ritmo di narrazione che va di pari passo con ciò che sta succedendo nella testa della sua protagonista.


Un romanzo unico, (finalmente) originale, che parla di libertà e che, probabilmente, è metafora di una libertà più universale, in un paese, l’Iran, dove alle donne continua a essere negata.


“… si può dire che quelli che sopportano vivono nel limbo. Abitano in un mondo che non esiste. Sono quelli che scoprono nuovi percorsi per sopportare il peso dell’aria che scende nei polmoni.”