Paul Lynch – 66thand2nd – traduzione Riccardo Duranti
“Vede la posa goffa in cui è seduta, con il mento appoggiato alle ginocchia. La strana forma del cranio e l’effetto che ha sulle orecchie. La vergogna che non riesce a nascondere per essere stata privata di sé stessa. Disfatta della propria bellezza. Sembro un brutto coccio, pensa. Una tazza sgraziata dagli occhi azzurri.”
Paul Lynch, attraverso lo sguardo di Grace, attraverso il suo viaggio, le sue avventure, i suoi incontri, ci racconta la Grande Carestia irlandese iniziata nel 1845. Ci racconta un’Irlanda fatta di fame, di disperazione, di freddo, di malattia, di sciacallaggio. Di morte. Ci racconta quel mondo che Grace a solo quattordici anni deve affrontare; quando sua madre, incinta dell’ennesimo fratello, le taglia i capelli e la getta in strada, dicendole che deve essere forte, che deve trovare un modo per guadagnare, per mangiare. Un atto per salvarla, forse, di certo un atto che la costringe ad affrontare ciò che c’è là fuori, e a farlo travestita da ragazzo.
Ma il viaggio di Grace è anche un viaggio fatto di sogni e di visioni, di fantasmi che popolano le giornate della protagonista: fantasmi con i quali parla o fantasmi che attraverso di lei trovano una voce.
“Ride perché non sa più cos’è vero e cosa non lo è. Se la gente è ciò che dice di essere. Se le cose che si dicono significano qualcosa oppure no. Se è tutto trucco, se il mondo intero è solo una storia inventata. Magari è proprio questo che significa crescere. Ecco perché non te lo spiegano. Che la realtà del mondo sta proprio nelle sue menzogne e nei suoi inganni. La realtà del mondo è tutto quello che non si riesce a vedere, tutto quello che non si riesce a sapere. Che l’unica cosa buona della vita è l’infanzia, quando si sa per certo tutto.”
Sogni e visioni che si mischiano con il reale, popolando le giornate (e le notti) di Grace e, di conseguenza, quelle del lettore che ha scelto di seguire le sue avventure.
E non può che essere una storia di formazione, Grace; la storia di una ragazzina che può essere scambiata per un maschio, che si fascia il torace per nascondere la donna che sta diventando, quella donna che in strada, da sola, non potrebbe farcela.
Una donna che dovrà fingere, trasformare la sua voce, lavorare come un uomo, camminare tanto e cercare di arrangiarsi come può. Rubare.
“Quando osserva quegli uomini dentro i caffè e anche quelli simili in strada, Grace pensa che siano già nati puliti, nati in una posizione superiore, mentre il resto di noi tutti sulla terra siamo nati in una posizione inferiore e tutto dipende da chi sei e da dove vieni e la fortuna di aver estratto il numero buono e non puoi farci un bel niente se non riprenderti quello che hanno loro, perché magari un pesce non potrà volare, ma non c’è niente che gli impedisca di mettersi addosso le piume di un uccello.”
Che dovrà sopravvivere in una Irlanda disperata.
“Il diavolo si è intrattenuto parecchio su queste strade che vanno a ovest, si è tolto il cappello in ogni distretto. Grace osserva il sempre-presente delle nuvole, cerca di ricavare animali dalle loro forme, ma non ci riesce. Quello che vede, invece, sono forme di bambini attaccati agli stracci degli adulti che vagano esausti e bisognosi di luce”
Ma Grace cresce e non basteranno più i capelli corti e gli stracci legati stretti per nascondere ciò che sta diventando. Grace diventa una donna.
“Lei sussurra il suo nome tra sé e sé. Grace. Il suono del suo nome è come rimettere piede in un fiume noto da tempo. Ora puoi essere di nuovo te stessa.”
Non vi racconterò cosa accade a Grace, non vi dirò se ce la farà o meno a superare la Grande Carestia, ma vi dirò che, a mio avviso, la nota più bella e interessante di questo romanzo è la “carta” che lo avvolge: la voce, la scrittura di Paul Lynch. Una scrittura poetica ed evocativa. Densa e capace di affiancare a tanto orrore, delle immagini di pura bellezza, capaci di dare sollievo
“Le strade sono illuminate da fiori selvatici e il mondo tenta di splendere. Le primule chiacchierano nelle cunette. I denti di leone abbigliati nel loro giallo migliore si appoggiano l’uno all’altro come fratelli”
a quella sua protagonista, ma infondo anche al suo lettore, che trova così un modo per respirare e chiude il libro sentendo di aver letto qualcosa di forte, qualcosa di unico

