Frank Baker – Cliquot – traduzione Riccardo Nuziale
“Quella cosa lassù che oscurava il sole non era affatto una nuvola. Era un enorme stormo di uccelli: piccoli, cinguettanti, dal piumaggio vivace. Volteggiavano come se cercassero un punto dove toccare terra. Ai cinguettii e allo sbattere delle piccole ali si sommavano le grida della gente divertita e i clacson acuti delle automobili. Il traffico rallentò. […] Lungo tutta la strada vedevo gente che correva dentro e fuori dagli uffici e si affollava sui tetti per vedere meglio.”
Ho visto il film di Hitchcock parecchi anni fa, forse ero poco più di una ragazzina, ma da allora non sono più riuscita a guardare una “riunione” di volatili senza ripensare alle immagini di quel film. Ma ora che piccioni e cornacchie stanno popolando sempre più le nostre città, ora che capita che nemmeno il mio passare li faccia volare via, che pare che un poco proprietari delle nostre strade e dei nostri parchi siano anche loro, a quel film mi sono ritrovata a pensare sempre meno.
Poi ho letto il libro di Frank Baker e per alcuni giorni la vecchia inquietudine è tornata
“Schierati in fitti ranghi sui gradoni, non facevano altro che stare lì immobili a osservare la gente che li studiava, con un’intensità quasi critica, come se ci studiassero a loro volta, In effetti, più stavo a guardarli, più avevo l’impressione che fossimo noi, e non gli uccelli, a essere fuori luogo nella città.”
Anche se, devo confessarlo, per me Gli uccelli e quell’inquietudine, è e resterà sempre associata a Hitchcock e al suo film.
Ma veniamo a questo romanzo, scritto da Baker a metà degli anni Trenta.
È un a calda estate londinese quella che vede l’arrivo degli uccelli protagonisti (non di certo secondari) di questa storia. Sono tanti, sono in quantità mai vista e questo in un primo tempo suscita la curiosità degli abitanti della città, ma, subito dopo, quella curiosità si trasforma in angoscia, in terrore, forse anche in follia. Perché gli uccelli sono sempre lì, paiono osservare, attendere qualcosa. Schiamazzano, hanno infestato la città con il loro odore, stanno inquinando acqua e rendendo la vita sempre più invivibile
“Anche se, curiosamente, alcuni erano rimasti piccoli, la maggior parte aveva ormai la misura del corvo o forse di più, con becchi lunghi e occhi acuti e infidi. L’odore che emanavano era davvero insopportabile; la migliore descrizione che posso farne è questa: era quel tipo di odore che rimane sui vecchi muri intonacati macchiati di umidità e nelle credenze che nessuno apre da anni; ma cento volte più nauseante.”
Fino a quando ogni abitante si ritrova accoppiato a un uccello, che ne diventa ombra e accompagnatore
«Se esco, lui c’è sempre. Lo sento sempre sopra di me; sta in alto dove non arrivo: non riesco nemmeno a vederlo bene. Non oso più uscire. Me ne sto in casa con le finestre chiuse.[…] È come… come una macchia da qualche parte. Una macchia che non riesco.. che non riesco a raggiungere.»
Ma Baker oltre a raccontarci una città sotto minaccia, dove gli uccelli pare siano arrivati per reclamare qualcosa (cosa lo capirete leggendo), ci racconta un mondo che ha perso di vista i valori e le priorità; e un uomo, il suo protagonista che non è contento della vita che fa, un uomo che vorrebbe andarsene altrove e che è, in fondo, smarrito, incapace di decidere sul verso da dare al suo futuro
“Va ricordato un momento del mese in particolare: un magico giorno chiamato “giorno di paga”, in cui tutti noi ricevevamo una piccola busta con qualche banconota: il nostro salario. Era allora che diventava chiara la ragione per cui lavoravamo, e quanto fosse sciocco immaginare che qualcuno avesse scelto quella vita perché gli piaceva. Dal primo all’ultimo della catena in quel momento tutti sembravamo uguali.”
Gli uccelli è un romanzo che “acchiappa” il lettore, trascinandolo nell’incubo del suo protagonisti e di chi, come lui, si ritrova a dover vivere il mondo che Baker si è inventato; e anche se presenta una parte centrale (quella che porta il nostro protagonista fuori città) un po’ lenta e, a mio avviso, (forse) evitabile, poi ristabilisce il tono “ansiolitico” in due scene degne di nota: l’incontro del nostro eroe con il suo antagonista e la scena della cattedrale. Dove l’effetto visivo della narrazione riesce a esplodere.

