Gli anni invisibili

Rodrigo Hasbun – SUR – traduzione Giulia Zavagna

“Siamo ancora due estranei, nonostante le telefonate e anche se abbiamo condiviso il periodo più confuso e decisivo di tutti. Ventun anni o cento o mille, non fa differenza: tutto ciò che entra a far parte del passato diventa irreale, una menzogna che alcuni a volte condividono. Le persone che eravamo laggiù somigliano poco alla persone che siamo qui oggi. Le persone che eravamo laggiù non avrebbero mai immaginato le persone che siamo qui oggi.”

Bolivia, un gruppo di più o meno diciassettenni, di buona famiglia, alle prese con cose da diciassettenni: organizzare una festa per un’amica che farà ritorno in città, preparare il video di un concerto di un gruppo di amici, la scuola, gli incontri per raccontarsi o per bere qualcosa insieme, la scelta di un vestito. E in mezzo alcune prime volte: Ladislao si innamora di un’insegnante e vive con lei il primo amore, il primo sesso

“Qualche secondo dopo lui sente lo scroscio della sua pipì contro l’acqua della tazza. È un suono lento preciso, grato. L’inizio di ciò che non riuscirà mai a togliersi dalla testa è già lì. L’inizio di ciò che lo avvicinerà o lo allontanerà dalla versione più luminosa di sé stesso, dalla versione più miserabile di sé stesso. L’inizio dell’incertezza, il punto di non ritorno. Ladislao lo sa o lo sospetta, sentendo il rumore di lei che fa pipì. Sa o sospetta che è all’inizio di qualcosa che si è messo in moto qualche ora prima, qualcosa che resterà quando tutto il resto andrà perduto.”

Andrea si scopre incinta e non sa cosa fare.

È marzo, ed è quello che ventun anni dopo quei ragazzi ormai adulti chiameranno marzo maledetto, perché qualcosa di tragico quel marzo succederà. Qualcosa che marchierà le loro vite per sempre.

“È una bugia pensare che eravamo migliori prima. Non è questione di essere migliori o peggiori, è che le cose si rompono, le vite si trasformano o finiscono da un secondo all’altro per sempre.”

Perché ventun anni dopo due di quei ragazzi boliviani, si daranno appuntamento a Hudson, per cercare di capire cosa è successo a tutti loro, cosa è rimasto di quel marzo lontano e cosa li ha fatti diventare

“Nel passato però è impossibile trovare una sola risposta, non c’è una sola chiave per nulla, soltanto inganni e cose che noi continuiamo a conservare lì. Mi dice: Quello che ognuno di noi ha finito per diventare ha poco a che vedere con quello che siamo stati prima. Ciò che definisce quello che finiamo per diventare è ciò che non vediamo arrivare, gli imprevisti sono ciò che incide di più. Quel marzo schifoso è stato pieno di imprevisti, grandi e piccoli. Per questo ci ha insegnato così tanto. Mi dice: Se fosse per me gli esseri umani non dovrebbero avere memoria. Il passato è un peso inutile, magari potessimo metterlo da parte, magari potessimo almeno decidere quali ricordi conservare e quali no. Mi dice: I ricordi felici e i ricordi infelici sono ugualmente ingombranti.”

Ho chiuso Gli anni invisibili con la netta sensazione di aver appena fatto una delle migliori letture di questo 2022. Un libro magnifico, la scrittura di Hasbún che già conoscevo per Andarsene, mi ha stregata un’altra volta, nel suo essere essenziale: pochi fronzoli, poche cose inutili, ciò che serve, ciò che basta. Ed è magnifico in quel crescendo, in quel lasciare il lettore nell’angoscia di scoprire cosa sia successo quel marzo maledetto, per poi rilanciare anche.