Mieko Kawakami – E/O – traduzione Gianluca Coci
“Raccontami qualcosa… Non mi viene in mente niente quando qualcuno mi chiede di parlare di me. Mi chiamo Irie Fuyoko, lavoro come redattrice freelance e ho trentaquattro anni. Trentacinque quest’inverno, a dicembre. Vivo da sola, nello stesso appartamento che ho preso in affitto quando mi sono trasferita a Tokyo. Sono nata in una valle della prefettura di Nagano. Una sola volta all’anno, nel giorno del mio compleanno, esco a fare una passeggiata notturna. È il mio unico svago, il mio unico piacere. Ma suppongo che molto difficilmente questo piccolo piacere possa interessare a qualcuno. Non ne ho mai parlato con nessuno, non ho amici. Questo è tutto, non c’è altro”
E il titolo del romanzo parte proprio da questo amore che la protagonista ha per la notte, anzi per le luci che nella notte si accendono. Questo è un romanzo pieno di luce e di colori, nonostante la sua protagonista sia una solitaria, una persona che quella solitudine la soffre. Non ha amici, la famiglia compare in qualche ricordo, i colleghi non li capisce e, forse, li detesta anche, non ha mai avuto relazioni affettive. Fa un lavoro che può fare da casa e che farà casa, da sola: lei e le sue bozze da correggere
“Mi sentivo tremendamente sola, sola al mondo. Lì, circondata da una marea di gente, con tutti quei posti dove andare, quella miriade di suoni e colori, e io che non avevo niente e nessuno verso cui tendere la mano. Nessuno che fosse disposto a fermarsi e rivolgermi la parola. Né nel passato e né nel futuro, né ora né mai, in qualunque posto andassi. Sola, sotto la pioggia, cinta da alti e imponenti edifici scuri da cui si levavano pennacchi di vapore, mi sentivo come paralizzata, incapace di muovere un passo.”
Sola alla ricerca di quell’errore che sfuggirà sempre, perché il libro perfetto non esiste.
«Nei libri resta sempre almeno un errore, un refuso… Non esistono libri perfetti, è impossibile. Si può correggere tutto, ma almeno un errore resta sempre, nascosto da qualche parte».
«Sempre?»
«Sì» ho risposto ridendo «Si potrebbe quasi dire che i libri continuano a esistere per perpetuare la tradizione dell’errore… Non sto esagerando, le assicuro che non esiste libro senza errori»
Fuyoko è timida, parla poco e si nasconde molto; si veste in modo sciatto e ha poca cura di sé. Ma nella sua vita entreranno due figure che la porteranno verso il voler cambiare, il voler buttarsi, il voler provare a vivere
“Che cosa avevo fatto nella vita fino a quel momento? Avevo mai scelto qualcosa? Ecco le domande che mi ponevo mentre fissavo il telefonino spento. Il lavoro, l’appartamento in cui abitavo, la solitudine, nessuno con cui parlare erano il risultato di una mia precisa scelta?”
Hijire la sua nuova referente al lavoro (e questo è un romanzo che di lavoro e di rapporti lavorativi parla molto), una donna bella, forte e indipendente. Una donna che per questo non è capita, una donna che sembra incapace di esprimere i propri sentimenti tanto da passare per quella che non li prova proprio
«Anche quando ho la netta sensazione che un’emozione nasca dentro di me, mi domando sempre e comunque se sia veramente qualcosa che sento io. Non so come dire, ma ho sempre l’impressione di citare qualcun altro, e non per forza parole scritte, ma anche un dialogo di un film o un’espressione su un viso. Insomma, qualcosa che non appartiene a me bensì ad altri, una citazione, per l’appunto».
E Mitsutsuka, un professore di fisica che incontra per caso e che continuerà a incontrare al giovedì al tavolino di un caffè. Un professore di fisica che, come lei, ama la luce e le spiegherà i suoi “misteri”
Gli amanti della notte è un romanzo che parla di rapporti, con gli altri e con se stessi. Di lavoro e di solitudine in una città come Tokyo. Di paura e di dolore anche, ma soprattutto, come ho detto, di luce. Di quella luce che trovi quando capisci di essere in grado di farcela, di non aver bisogno degli altri, o forse, semplicemente, capisci che solo aprendo la porta agli altri non avrai bisogno di aspettare il buio per vedere le luci
“Di colpo mi erano affiorate alla mente le mie passeggiate notturne in pieno inverno, nel giorno del mio compleanno. Quelle notti in cui passavo il tempo a contare le luci, in quel freddo così intenso che tendendo l’orecchio si poteva quasi ascoltare, in quell’aria secca e ferma eppure in qualche modo pregna di inusitata energia”

