Juan Carlos Onetti – SUR – traduzione Dario Puccini
“Continuo a vederlo entrare ogni mezzogiorno nel negozio, con il suo vestito grigio di città, il cappello calato sulla nuca, e farmi una breve, sorda finzione di saluto. E quando si appartava a bere la birra, con o senza lettere in tasca, io indugiavo a esaminargli gli occhi, a valutare la qualità e la potenza del rancore che si poteva scoprire nel loro fondo: un rancore addomesticato, avvezzo alla pazienza, definitivamente aggiunto. Voltava la testa per cancellarmi, guardava le stoppie e i sentieri della montagna, la bianchezza eccessiva delle casette sotto il sole a picco”
Un uomo osserva da dietro il bancone di un negozio. Un negozio dove la gente passa, beve una birra, ritira la posta. Alcune comparse sono sempre le stesse, altri sono o saranno di passaggio. Un negozio che pare il capolinea della vita, in un paese dove c’è un sanatorio e dove i malati portano la loro tubercolosi per poter sperare in una cura.
Un giorno in quel negozio, in quel paese, arriva un uomo, un uomo che pare non volersi arrendere al fatto di essere lì. Un uomo che si racconta poco e che scrive lettere e riceve lettere da due donne fino a quando arriva il momento in cui queste donne lo raggiungono.
“… pensai che non bastava che loro stessero fuori da tutto, perché questo tutto continuava a esistere e ad aspettare il momento in cui avrebbero smesso di guardarsi e tacere, in cui la mano dell’uomo si sarebbe separata dalla tela grigia del vestito per toccare la ragazza. Sempre ci sarebbero state case e strade, auto e distributori di benzina, altra gente che vive e respira, fa supposizioni, fantastica, consuma pasti, si osserva tediosa e riflessiva, finge e fa i suoi calcoli.”
I punti di forza di questo breve romanzo sono, a mio avviso due: il punto di vista e la scrittura.
La storia ci viene raccontata in prima persona dal barista ed è solo ciò che lui può vedere dal suo punto di osservazione, restando (quasi sempre) nel suo locale. E, ai frammenti di ciò che vede mischia, ciò che suppone, i pettegolezzi di chi si siede nel locale e fa le sue illazione e i dettagli di chi in paese qualcosa ha visto. Un punto di vista che filtra tutto questo e arriverà solo alla fine a capire la verità.
“Io li ascoltavo raccontare e ricostruire l’epilogo; pensavo al pezzo di terra, alto, accidentato, dove vivevano, alle storie degli uomini che l’avevano abitato prima di noi; pensavo a quei tre e al bambino, che erano venuti in questo paese per rinchiudersi e odiare, discutere e risolvere un passato comune che nulla aveva a che vedere con la terra che stavano calpestando. Pensavo a queste cose e ad altre, servivo al bancone, lavavo i bicchieri, pesavo le merci, davo e ricevevo denaro…”
La scrittura di Onetti è impeccabile, poetica nella sua ricercatezza e nella sua capacità di suscitare emozioni. Perfetta nella ricerca del dettaglio che non è mai banale, ma è quello giusto a svelare a rendere il lettore partecipe e presente lì, dietro a quel bancone, o lì seduto al tavolo del locale.
E, forse, se mettessimo da parte la voce con la quale viene narrata, e il modo in cui viene fatto, la storia raccontata ne Gli addii potrebbe risultare scontata, una delle tante storie di sofferenza e di solitudine (perché, in fondo, davanti alla minaccia della morte e, forse, anche davanti alla vita, un po’ solo siamo tutti), del resto come afferma Onetti nelle parole che troviamo nell’appendice al romanzo:
“Sono un uomo solitario che fuma in un punto qualsiasi della città; la notte mi circonda, si compie come un rito, gradatamente, e io non ho nulla a che vedere con lei.”
Ma quello stile, il modo in cui ogni parola riesce a toccarti rendono questo piccolo romanzo un grande gioiellino.

