Inès Cagnati – Adelphi – traduzione Ena Marchi
Se dovevano parlare con lei, dicevano:
«Génie la matta».
Mai:
«Eugénie».
Né
«Signora».
Sempre:
«Génie la matta»
Ma Génie matta non è, Génie ha solo scelto di non parlare più, di ridurre le sue parole al minimo indispensabile; ha scelto di vivere lontana da tutto, in povertà, lei che arriva da una famiglia non povera. Génie un tempo rideva e cantava, poi c’è stato l’evento tragico, e Génie non ha più riso, né cantato. E l’evento tragico si chiama Marie, la voce narrante di questa storia: sua figlia.
“Lei non parlava. A volte, la sera, piangeva. Mi ricordo. Io dicevo:
«Perché piangi?».
Lei non rispondeva. Io dicevo:
«Non piangere».
Avevo voglia di andarle vicino, di dirle:
«Hai me».
Ma lei piangeva lontano. C’era, dappertutto, molto silenzio, i salici matti del fiume, i latrati delle volpi affamate sulla collina, e lei che piangeva lontano e a volte diceva:
«Non ho avuto niente, io. Niente».
Avrei voluto andarle vicino.”
Inès Cagnati ci racconta una storia di dolore, una storia dove la donna (ancora una volta) è costretta a subire, ad accettare e a portare la colpa anche quando la colpa non è la sua e ci racconta di un amore disperato quello di una figlia per la madre, di una figlia che, forse proprio perché sa di essere la causa di tutto ciò che è successo, teme l’abbandono, teme di essere dimenticata e lasciata da sola.
Marie è in perenne attesa: prima del ritorno della madre dai campi dove lavora, poi di quell’amore, Pierre, che conosce in una stazione e che gli promette di tornare a prenderla. Delle vacanze che la riportano a casa, ancora una volta, da “lei”, perché per Marie, lei non sarà mai la madre, o Inés la matta, ma sempre e soltanto “lei”. Sempre e soltanto l’unica persona dalla quale vuole ricevere amore.
Inès Cagnati ci regala una storia incartata in una veste poetica, dove il ritmo e la ripetizione quasi cantilenante, il ritorno di alcune immagini: le volpi, “i salici che chiacchierano al vento”, l’oceano come luogo da raggiungere, gli ippocastani
“Gli ippocastani rossi cullavano tra i rami gli ippocastani bianchi”
sembrano quasi ammorbidire la crudeltà degli eventi.
Dove i dialoghi sono pochi (a sottolineare il mutismo di Génie), ma lo sono anche le parole: frasi brevi, capitoli molto corti. Tutto è essenziale, come lo è la vita delle sue protagoniste. Una scrittura che come quella di Annie Ernoux è protagonista essa stessa della storia.
“Quand’ero piccola in primavera andavo spesso da mia nonna a sedermi sotto la grande paulonia, davanti alla casa. Mi sdraiavo per terra e guardavo i grappoli malva dell’albero dondolarsi nel cielo. Era l’ora della siesta e la nonna sonnecchiava in fondo alla penombra, nella grande poltrona fra il camino e la credenza.
Mia nonna non mi voleva bene. Ma io andavo lo stessa da lei nei giorni di primavera, nella calda ora della siesta, per stendermi sotto la grande paulonia in fiore e guardare i soffici grappoli nell’azzurro del cielo.
A volte mia nonna era sotto l’albero e lentamente, a lungo, lavava dei grandi fazzoletti a quadri.
Io me ne andavo. Oppure andavo a vedere il vecchio fico, tra il fienile e la casa. Mi arrampicavo tra i rami e restavo a lungo immobile, mentre la nonna lavava i grandi fazzoletti a quadri sotto i grappoli malva della paulonia.”
A chi lo consiglio: a chi ama Annie Ernaux, e a chi, in generale, ama la scrittura senza fronzoli e la poesia. E a chi non ha paura di farsi male leggendo.

