Mia Alvar – Racconti edizioni – traduzione Gioia Guerzoni
“Nelle Filippine, quando eravamo piccole, non esisteva famiglia che non avesse una seconda famiglia «ombra», segreta. Mariti che lasciavano le province per Manila, mogli che lasciavano le Filippine per il Medio oriente: tutti si separavano dalle persone care per riuscire a mantenerle e poi si sentivano soli.”
(Famiglie ombra)
È sempre complicato, almeno lo è per me, parlare di una raccolta di racconti. Inizio a cercare un filo condutture, un tassello in comune che leghi ogni storia contenuta nel libro, a volte la trovo, a volte no. Quel tassello, quel filo conduttore, in Famiglie ombra di Mia Alvar è forse la condizione di expat, di espatriati, la situazione figlia della diaspora filippina di uomini e donne costretti a cercare il loro luogo altrove, lontano da casa
“Dieci anni prima ero arrivato a New York convinto che di mia madre mi sarebbero mancati soprattutto la cucina, la voce, l’odore di riso e detersivo sulla pelle e sui capelli. Non mi aspettavo che mi sarebbe mancato il senso dell’umorismo, le frecciatine che ogni tanto le scappavano, spesso mentre si copriva la bocca con la mano, quasi impercettibili.”
(Kondrabida)
lontani dai propri cari, dalla propria famiglia, ma a quella famiglia legati non solo dal ricordo, dall’amore o dall’affetto, anche dal debito di riconoscenza
«Ho sempre pensato che una volta comprata la terra» avevi cominciato, «sarei tornata a casa per sempre.»
Ma quando l’ettaro e mezzo era stato pagato, i pavimenti di terra battuta andavano ricoperti di assi, le pareti di lamiera dovevano diventare di cemento. Naturalmente una casa vera e propria doveva avere lavandini e rubinetti e il bagno con lo sciacquone. E quando la casa fu terminata c’erano sempre dei familiari a cui pensare. Pepe se n’era andato, ma erano arrivati altri bisognosi al posto suo. Cugine che avevano dei figli, e che poi crescevano e dovevano andare a suola e al collegio. Zie e zii che si ammalavano e avevano bisogno di medicine. E quando morivano, seppellirli costava. Poi c’era la famiglia allargata; anche gli abitanti del villaggio sapevano di te.
(Esmeralda)
Nove storie, per la maggior parte con protagoniste donne, nove racconti che ci portano da Manila a New York al Bahrein (ma anche altrove…): quelli che, in fondo, sono i luoghi di Mia Alvar. Nove storie dove si percepisce sempre un senso di amore e di nostalgia per quella patria che spesso si è dovuto abbandonare alla ricerca di un lavoro per vivere, ma alla quale si spera di poter tornare, oppure di non essere costretti a lasciare
«Non la penso così» disse Milagros decidendo di poter parlare per tutte. «Se tua madre si ammala, non la lasci per una madre più sana. È tua madre!»
Sono storie diverse per contenuti, racconti lunghi (l’ultimo “Milagros”, uno dei miei due preferiti, si potrebbe definire, con le sue cento pagine, un romanzo breve), dove Mia Alvar fa trasparire la situazione delle donne, non tutte costrette nella stessa situazione o fortuna,
“Avevamo sposato ingegneri, medici, diplomatici e manager che guadagnavano abbastanza da tenerci a casa.
Altre donne erano venute dal nostro paese a lavare pavimenti o a badare ai bambini dei ricchi. Altri uomini erano venuti dal nostro paese a lavorare nelle stazioni di servizio o a servire ai tavoli, a guidare taxi o a riparare l’oleodotto per l’Arabia Saudita. Questi katuong – «aiutanti» come li chiamavamo – erano spesso più giovani ma invecchiavano prima di noi, la pelle cotta dal sole del deserto, la schiena incurvata dalle ore passate chini su scope e secchi, i polmoni corrosi dall’ammoniaca e dai fumi del petrolio.”
(Famiglie ombra)
ma tutte, in fondo, costrette a una portare il peso della famiglia, a essere al servizio di qualcuno, che sia il marito, che sia la padrona o il padrone. E fa trasparire le differenze tra chi è filippino e chi è americano (e non solo in America!)
Sono, quindi, racconti che parlano di storia, di politica e di lotta
“Il 21 giugno era molto prima di tutto questo. Il 21 giugno riguardava solo queste infermiere, il valore della fatica e di un essere umano rispetto a un altro. Eppure Milagros sentì che il suo mondo stava diventando un po’ più grande mentre la città, la strada e l’angusto appartamento dov’era cresciuta,rimpicciolivano. Prima del sindacato il suo unico orizzonte erano il diploma, il lavoro, il primo giorno di paga, quando riportava a casa tutta orgogliosa uova, pane, birra e cioccolato per la madre e i fratelli disoccupati”
Racconti non esenti dal dolore della lontananza, della perdita e della corruzione del regime. Ma nemmeno esenti dall’amore e dalla passione: bello, molto bello il racconto che porta il titolo della sua protagonista Esmeralda, racconto che ci riporta a quel fatidico 11 settembre, a quei grattacieli dove Esmeralda mentre fa le pulizie conoscerà quell’uomo capace di ascoltare la sua storia..
Racconto dove la scrittrice dialoga direttamente con la sua protagonista e che più o meno inizia da questa frase
“Dopo oggi, sentire un aereo sfrecciare in cielo non sarà più come prima. Ma non lo sai ancora.”
I racconti di Mia Alvar sono davvero splendidi e a me non resta che dirvi leggeteli e poi venite a dirmi quale avete preferito voi…

