Eredi della sconfitta

Kiran Desai – Adelphi – Traduzione Giuseppina Oneto

“L’appagamento può suscitare sentimenti tanto intensi quanto la delusione? In uno slancio romantico Sai decise che l’amore doveva risiedere nello scarto fra il desiderio e il suo avverarsi, nella mancanza, non nel coronamento. L’amore è spasimo, attesa, fuga, tutto ciò che lo circonda tranne l’emozione in sé.”


E di mancanze parla Eredi della sconfitta, di mancanze nel senso di ciò che non si ha, di persone che qualcosa hanno perso o non hanno mai ottenuto. Di fallimenti.

Il romanzo si apre in una casa fatiscente, con l’Himalaya sullo sfondo e, come protagonisti della scena: un giudice, una ragazzina, un cuoco e un cane. Ognuno di loro ha un nome, tranne il cuoco che conosceremo solo come il cuoco, come colui che probabilmente non è degno nemmeno di avere un nome.

Il romanzo si apre su una quotidianità, interrotta all’improvviso dall’irruzione di un gruppo di ragazzi, di criminali, di ladri


“Le cronache recenti accusavano la Cina, il Pakistan e il Nepal, ma anche in quell’angolo di mondo, come in ogni altro, circolavano abbastanza armi per rifornire la miserabile milizia di un movimento di straccioni.”


Eredi della sconfitta si sviluppa su più piani temporali e su più piani geografici, raccontandoci una trama in fondo non così rilevante, quanto l’intreccio delle vite, le delusioni, le sconfitte, la storia di un popolo colonizzato, le contrapposizioni tra aspirazioni e caste, tra chi in India non avrebbe voluto tornare e chi, invece, dell’India prova una nostalgia straziante


“… si accorse di quanto gli mancassero quelle situazioni così abituali in India: partecipare alle vite altrui procurava tanti piccoli pretesti per sentirsi importanti”


È difficile raccontare Eredi della sconfitta in poche righe, perché questo è un romanzo pregno di storie, ognuna delle quali diventa chiave per aprire la porta di un mondo, di una situazione. Frammento di un insieme complesso: l’India della metà degli anni Ottanta.

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“Stavolta toccava ai nepalesi del versante indiano, stufi di essere trattati come una minoranza nella zona in cui erano la maggioranza. […] C’erano state guerre, tradimenti e baratti a non finire fra il Nepal, l’Inghilterra, il Tibet, l’India, il Sikkim e il Bhutan; Darjiling era stata rubata di qua, Kalimpongo strappata di là – eh sì, nonostante la nebbia che irrompe su queste terre come un drago e annulla, disfa, ridicolizza ogni tentativo di tracciare frontiere.”


Ci provo partendo dai personaggi.
Abbiamo Patel, il giudice ora in pensione, un uomo che ha studiato a Cambridge, ma che non ha mai potuto aspirare a esercitare in Inghilterra e che in patria è dovuto rientrare, considerandosi superiore, riuscendo a vedere solo il negativo dell’India. Un uomo egoista e odioso, capace di disprezzo e di violenza (sui più deboli, ovviamente).
Abbiamo Biju, il figlio del cuoco, che è emigrato clandestinamente negli Stati Uniti e che vive di espedienti, di lavori umili, nascondendosi sempre e nascondendo anche la sua situazione al padre. Quel cuoco che lo immagina vincente e vive di riflesso quel (presunto) successo del figlio. Tra di loro un rapporto, uno scambio di lettere e una telefonata che ci regalano, a mio sentire, i momenti più intensi e commoventi dell’intero romanzo


“Nulla legava più insieme le loro vite, se non la speranza di un legame. […]
Era una storia sentita mille volte: passavano dieci, quindici anni, arrivava un telegramma o una telefonata, la madre o il padre erano morti e il figlio non aveva fatto in tempo. Oppure tornava e scopriva di aver perso tutto l’ultimo quarto della loro vita, i genitore come il negativo di una foto.”


Abbiamo Sai, la ragazzina, che ha perso i genitori in un incidente e che ora è costretta a una vita “stretta” tra le mura di quella casa, tra un nonno che non le rivolge quasi la parola e il cuoco col quale parla anche se non dovrebbe


“Era importante fissare limiti ben precisi fra le classi, per evitare danni su entrambi i versanti”


Sai che esce dal suo mondo ristretto attraverso i libri, lo studio


“… se la vita ti offre un’occasione, non fartela scappare […] puoi contare solo su te stessa, Sai”

e l’amore per il suo professore di matematica, Gyan, la prima persona della sua età che, in fondo, conosce.
E ci sono quei personaggi secondari che, forse, secondari non sono, perché Kiran Desai è bravissima a raccontarceli, a farci arrivare le loro paure, i loro dubbi, in alcuni casi la loro vigliaccheria. Sempre le loro sconfitte.
Come è bravissima a descriverci lo scenario, sia quello fatto dalle comparse umane che quello fatto dal paesaggio: paesaggio lussureggiante e intenso in India, freddo e miserabile nella New York dei bassifondi, l’unica New York che ci farà conoscere, perché è l’unica che farà conoscere al suo Biju.


“La sorte degli indiani all’estero era terribile e lo sapevano solo gli indiani all’estero. Era un segreto che ti rodeva dentro.”


Mi fermo qua, e aggiungendo solo che la scrittura di Kiran Desai è capace di trasportarti altrove. Si soffre in Eredi della sconfitta, si allontana lo sguardo a volte, perché Desai non ci risparmia immagini fastidiose, ma ci si sente avvolti dal calore della sua scrittura. E che scrittura…