Elizabeth

Ken Greenhall – Adelphi – traduzione Monica Pareschi

“Mi chiamo Elizabeth Cuttner e ho quattordici anni. […]
Sono venuta ad abitare dalla nonna più o meno un anno fa, dopo aver ucciso i miei genitori, Non vorrei sembrarvi senza cuore. Lasciate che vi spieghi.”


Questa citazione è presa dalle seconda pagina di Elizabeth, romanzo di Ken Greenhall del 1976 che Adelphi ha scelto di vestire della sua veste e riproporre oggi ai lettori.

Un incipit potente, un incipit che non solo prende per mano il lettore, ma dà lui proprio una spinta facendolo ruzzolare nel mondo di questa “strana” ragazza che, da subito, capiamo essere fredda. Da subito capiamo essere concentrata su se stessa, provando poco o nulla per chi la circonda, estranea alle emozioni, ai sentimenti

“Credo di essere una persona che ispira amore. Non so bene perché, visto che io il mio amore non l’ho mai dato a nessuno, e nemmeno l’ho mai cercato. Ma non lo rifiuto quando mi viene offerto da chi finge di capirlo e di averne bisogno. Penso che forse l’amore sia il male. Certo un numero spropositato di azioni malvagie sono state compiute sotto il suo influsso.”

Tranne forse per Frances, una donna o un’entità che le appare dentro allo specchio e la guida nelle sue mosse. Perché questa è una storia di specchi

“Se ci avete pensato bene, saprete che gli specchi sono oggetti misteriosi. Entrate in camera vostra, stasera – magari a lume di candela -, e sedetevi da bravi davanti al grande specchio: forse vedrete quello che ho visto io. State lì, tranquilli, senza guardare né il vostro riflesso né lo specchio. Forse vi accorgerete che l’immagine non è la vostra, ma quella di una persona eccezionale vissuta in un altro tempo.”

interi o rotti e ridotti a pezzetti; è una storia che parla di cerchi magici e di stregoneria, di medaglioni e ciocche di capelli tagliate, di sparizioni. È una storia dove le cose non sempre sono come appaiono, dove le persone sono ambigue e spesso nascondono un segreto.

Ed è una storia che parla di dipendenza, dove non sempre si capisce chi ordina e chi obbedisce. Chi dirige il gioco o chi lascia che il gioco vada in una certa direzione.

«Com’ero da bambina?» gli chiesi.
«Facevi sovente delle cose inopportune».
«Vuol dire che ero una bambina cattiva?».
«Voglio dire che non avevi idea di cosa vuol dire essere cattivi e non esserlo».


Ed è una storia dove una ragazza di quattordici anni ha una relazione con lo zio, il fratello del padre, senza mostrare alcun pudore, alcun imbarazzo, nessuna costrizione.


Elizabeth è un personaggio che non ispira certo empatia (ma ovviamente quello era l’intento di Greenhall), una ragazza in un certo modo capricciosa, che gioca con le persone e che non si fida di nessuno. Ma è anche una vittima degli eventi e della sua natura.

Come ho scritto nelle prime righe, Elizabeth ha un incipit che trascina dentro, che ti fa venire voglia di conoscere questa ragazza, di capire cosa è successo e cosa potrà succedere, ma, a mio parere, lo sviluppo della storia, pur avendo dei passaggi forti e fortemente perturbanti, ha la debolezza di risultare poco approfondito, ti lascia la sensazione che avrebbe dovuto essere scritto in più pagine.

Il risultato è che, sempre secondo me, Elizabeth risulta essere forse un romanzo adatto agli amanti del genere (e qua mi piacerebbe sentire il loro parere), ma che difficilmente catturerà chi non è interessato a questo argomento. Insomma a me Elizabeth ha delusa un poco. Ma forse ero io che mi aspettavo qualcosa di diverso, che mi aspettavo di incontrare un’altra Mary Katherine di Abbiamo sempre vissuto nel castello, un’altra narrazione alla Shirley Jackson.

Aggiungo solo che chi ha una fobia per i serpenti e meglio che stia alla larga da questo romanzo.