Dove la luce

Carmen Pellegrino – La nave di Teseo

“Quale potrebbe essere un giorno da ricordare, un giorno da augurare tra centinai di altri? Quello, forse, in cui specchiandoci in qualche vetrina o negli occhi di qualcuno ci siamo visti interi, finalmente interi. Il giorno in cui la stella che deve cadere per realizzare i desideri altrui decide di non cadere più, perché una volta tanto a contare sarà il suo desiderio. Il giorno in cui sentiamo di avere qualcosa nel cuore, nonostante tutto. Qualcosa nel cuore.”


Ho sentito definire ibrido il libro di Carmen Pellegrino, ma ibrido mi pare un termine troppo tecnico, quasi freddo, per raccogliere un libro che mette la poesia già in copertina, che sceglie il titolo di una poesia d’amore di Ungaretti per raccontarci quella che un poco una storia d’amore è anche. Certo non quell’amore che ci viene in mente subito quando diciamo Amore


“… Eppure, mia buona amica, io ero tra coloro che ebbero il privilegio, oltre che il grande onere, di dare natura sostanziale alla stesura della Carta fondamentale del paese da cui ti scrivo. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà, l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Hai mai letto qualcosa di più intenso, di più bello di un documento legislativo?”


Carmen Pellegrino parte da un fatto reale, la sparizione dell’economista Federico Caffè avvenuta in aprile del 1987, un uomo non più disposto a scendere a patti con un’Italia che puntava solo al guadagno, al capitalismo, al lasciare indietro chi non era in grado di farcela, un sostenitore del sociale e del lavoro per tutti. Ma Pellegrino a Caffè affianca un amico immaginario, Milo, un uomo che vive per strada perché è stato morsicato dalla vita, un uomo che lo accompagnerà in quel viaggio verso la sparizione.


“Fianco a fianco si avviarono verso la loro destinazione, ombre in piena luce, due segreti che si stavano negando alla realtà che, altrimenti, li avrebbe annientati giorno dopo giorno ancora di più. Due esistenze mancate. Due amici.”

Ma non finisce qua, perché il viaggio di Caffè ha sullo sfondo la storia dell’Italia: Pelligrino ci parla di Ustica, della strage di Bologna, di Sindona e di Ambrosoli, di terremoto e di Covid e ci parla della vita sua, di “abbandonologia” di quei paesi, appunto, abbandonati, di suo padre e del suo paese in Campania. Del sentire comune di una generazione, la sua appunto


“Per quanto mi riguarda, quel senso di angoscia esistenziale – di vuoto, mettiamola così – che fu degli uomini e delle donne che si affacciavano al ventesimo secolo privi di qualsivoglia punto di sostengo, privi anche della definizione di ciò che sentivano – ci penserà la psicanalisi a fornire gli strumenti per arredare quel vuoto -, quel senso di vuoto è anche il mio. Un crepuscolarismo dell’anima, un ripiegamento verso le piccole cose, i luoghi disabitati, la luce che filtra dalla crepa, la crepa stessa incorniciata in casa mia,dopo le ultime accensioni d’impegno, dopo la parola sociale che non riesco a dire”


Un romanzo, un libro che è un po’ storia (Pellegrino, ricordiamolo, è una storica), un po’ memoir o, meglio album di ricordi, un po’ opera di finzione e un po’ romanzo epistolare, in quella splendida invenzione narrativa che sono le lettere che Caffè scrive ad Adolphine Simone Weil. E poi c’è la poesia,


“Scrisse Abbas Kiarostami:
Quando non ho nulla in tasca
ho la poesia
quando non ho nulla in frigo
ho la poesia
quando non ho nulla nel cuore
non ho nulla”


ci sono le citazioni di libri, film e altro ancora.
Un romanzo concepito e scritto a frammenti, un andare e tornare del tempo, che vanno a costruire il puzzle finale: l’immagine di questo uomo che di spalle si allontana, che rinuncia al suo poter comunicare con gli altri per scegliere l’esilio. Un uomo che, nell’immaginario di Pellegrino, decide di “chiudere la sua partita con il mondo” guardando un altro uomo chiedere la carità fuori da un bar


“Qualche volta parlava ai passanti, diceva bel signore, bella signora e tendeva la mano. Aveva una gamba intera e l’altra un moncone. Ci sono molti modi di attraversare la piazza e non vedere quest’uomo a terra…”