Di notte tutto è silenzio a Teheran

Shida Bazyar – Fandango – traduzione Lavinia Azzone

“Cosa c’è poi dopo una rivoluzione? Potrei chiedergli, ma abbiamo dato così spesso la risposta perché la domanda si possa porre ancora: la lotta di classe, il sovvertimento delle istituzioni, la dittatura del proletariato. Ma a essere sinceri negli ultimi giorni io e Sohrab abbiamo percorso solo prigioni e università, e a essere sinceri io e i compagni nelle ultime settimane abbiamo continuato a tenere le stesse riunioni di prima. A essere sinceri abbiamo avuto solo pochi giorni in cui i nostri canti e le nostre canoni hanno risuonato in pubblico, a essere sinceri ora ogni programma è pieno solo dell’Ayatollah Khomeini”

 

È il 1979, in Iran la rivoluzione caccia lo scià, che però sarà sostituito da Khomeini, disilludendo così le speranze di quei giovani comunisti che la rivoluzione avevano voluto e fatto. Tra quei giovani rivoluzionari c’è Behasad, la voce narrante della prima parte di questa storia. È lui che dall’interno ci parla della rivoluzione, che ci racconta la clandestinità e l’amore per Nahid, nato proprio tra le fila di quella rivoluzione.

Nahid invece avrà il compito di raccontarci la seconda parte di questo romanzo,

 

“A un bambino di un anno non si può neanche spiegare perché fatte le valigie si lascia il paese. Non è possibile spiegarlo, quando i bambini hanno tre e sei anni, penso guardando l’albero sotto cui entrambi stanno seduti con il cane arruffato e non smettono di accarezzarlo”

 

È il 1989, e Behasad, Nahid e i loro due bambini, dopo essere fuggiti dall’Iran, sono approdati in Germania, sono esuli. Ma la Germania non diventerà mai patria, sarà un luogo dove continueranno a coltivare il ricordo e la malinconia per quella terra che hanno dovuto lasciare. Alla Germania, forse si abitueranno anche, ma continueranno a sentirsi ospiti

 

“…io non posso mai aiutare Laleh nei compiti senza temere di farle fare qualche errore, anche se dovrebbe avere quello che hanno tutti gli altri bambini qui: una madre che siede accanto a lei e che le sa spiegar tutto, che scorre con lei le pagine, forse le scorre anche prima per arrivare alle lettere successive. Non una madre a cui bisogna ripetere la differenza tra Ö e la O, continuamente”

Questa è una storia raccontata a più voci, ognuna per ogni componente della famiglia. Una voce per ogni decennio: il 1999 sarà di Laleh, la figlia che ha fatto in tempo a conoscere l’Iran prima dell’esilio,  il 2009 di Mo, il figlio maschio. 2009 che vedrà nuove rivoluzioni in Iran e proteste studentesche in Germania.

“…ci sono tutti questi altri ventitreenni, per le strade di Teheran, sui siti di informazione, addirittura su RTL. E nella mia testa. Moltissimi in strada, strappati dalle loro case, via dal loro silenzio, improvvisamente sono lì e si difendono. Ci mandano le loro foto e i video sfocati dei loro telefoni e non vogliono dirci solo che si sono tenute delle elezioni presidenziali truccate, ma anche che qualcosa deve cambiare, che è tutto sbagliato, che non ce la fanno più.”

Quattro capitoli più un epilogo. Quattro pezzetti di un’unica storia, quella di una famiglia in esilio. Storia che parla di ideali, di mancanza e di integrazione. Storie che ci raccontano l’Iran attraverso gli occhi di chi quell’Iran deve guardarlo da lontano

“Non dico che mi sveglio di notte e accendo la tv perché potrebbe essere successo qualcosa, perché improvvisamente potrebbe essere cambiato qualcosa, dopo che per ventun anni ho guardato i miei genitori aspettare un cambiamento. Dopo che per ventun anni non è cambiato niente di rilevante”

e di quei figli che in Germania ormai sono cresciuti, hanno studiato e, quando riusciranno a tornare per un periodo in Iran non potranno che confrontarsi con i loro coetanei

“Qui studiare non è altro che una piccola pausa di riflessione, è come aspettare il momento in cui non ti sarà più permesso fare nulla.”

Shida Bazyar parla di politica e del sogno di un paese migliore, di ideali, ma anche di sentimenti privati e lo fa con uno stile interessante, uno stile che fa sentire il lettore destinatario di un racconto orale diviso in quattro atti, dove ogni narratore pare dire: siediti un attimo, ascolta, ti racconto un pezzetto della mia storia.

“Non c’è nulla di privato, c’è solo la rivoluzione, dicevamo un tempo. Perché ancora non avevamo idea di cosa succede quando si rischia di mettere in pericolo con le proprie mani un paese che si conosce grazie ai giochi spensierati e allegri nella stanza accanto.”