Di luce e polvere

Esther Kinsky – Iperborea – traduzione Silvia Albesano

Il cinema era sempre stato un posto in cui si portava la propria solitudine, ma prima la si portava con la consapevolezza di prendere posto tra altri portatori di solitudine, si percorreva il tragitto per arrivarci affamati di film e la via del ritorno saziati, sfiorando il mondo esterno. Non si era proiezionisti per se stessi, ma ci si abbandonava al raggio di luce del proiettore azionato da mani altrui. Si viveva, si sperimentava il film senza compiere il minimo gesto per autorizzare o azionare la proiezione. Ci si affidava al luogo per vedere.”


Se dovessi scegliere un’unica frase per raccontare il libro di Esther Kinsky credo che sceglierei proprio quella che ho appena citato: il cinema come modo di vedere un film. Il “come” contro il “cosa”.


“Ci sono due aspetti legati al vedere: che cosa si vede e come.”


Ma Di luce e polvere non è solo un raccontare il cinema come luogo dove vedere un film, come esperienza differente rispetto a allo stesso film (cosa) visto sul divano di casa con un telecomando in mano (come), ma è anche una sorta di memoir, di romanzo, è un omaggio al cinema ed è il racconto di un fallimento, quello del Mozi, al quale la protagonista di questa storia (Kinsky?) decide di dare nuova vita


 
“Nella mia mente vedevo già gli spettatori sulle panche nel giardino allungato del Mozi durante la proiezione di un film all’aperto, doveva essere un film dal ritmo incalzante, magari di Dziga Vertov, una sequenza selvaggia di immagini, volti, gesti brevi scene che si schiudevano su qualcosa di sconvolgente e del tutto estraneo per quel posto, un’estraneità liberatoria dalla quale poi ci si sarebbe risvegliati nel vuoto malinconico e nella lentezza di una serata incantevole.”


 
quando, in un piccolo paese ai margini dell’Ungheria, lo incontra, ormai abbandonato


“Il cinema era stato inaugurato all’inizio degli anni Sessanta e battezzato «Alkotmany Mozi» – un cinema dedicato alla Costituzione.”

Il libro di Kinsky è una sorta di ibrido che riesce anche a essere un viaggio verso Est. Siamo in un periodo non proprio definito, ma che dovrebbe aggirarsi tra gli anni Ottanta e i Novanta (basandosi sui film in cartelloni citati), un tempo dove andare al cinema è passato di moda, dove chi va al cinema viene visto come quello che non può permettersi di avere la televisione a casa. Dove alla protagonista viene chiesto perché non ha pensato di costruire un parcheggio invece di una sala cinematografica.

“Il cinema come parcheggio. Quante auto avrebbe potuto contenere? Dieci? Dodici? E quante auto ci sarebbero finite, in un posto dove mancava tutto tranne lo spazio, dove la maggior parte delle persone possedeva solo una bicicletta, qualcuno una vecchia Trabant o una Lada, ma ben pochi un’auto moderna che veniva messa al riparo e al coperto al rientro da ogni uscita? Eppure…”

Un libro dove si viaggia in bicicletta o in treno

“Il treno in quel tratto era sempre particolarmente lento, e ogni volta io mi auguravo che si fermasse, per poter distinguere più dettagli nel mondo dei garage, ma non accadeva mai, il panorama fuori era un film inarrestabile, un film senza trama, i cui unici attori erano la luce, il paesaggio e il tempo. L’occhio era il proiettore e la memoria la sala cinematografica.”

Dove la scrittura evocativa di Kinsky (che avevo già apprezzato nel precedente Rombo), detta il ritmo e dove i luoghi riescono a diventare davvero parte viva della narrazione, dove tutto si tinge del colore seppiato delle pellicole di un tempo. E dove, a un certo punto del libro, come nei film, arriva l’intervallo, o l’”intermezzo”, e Kinsky si lascia andare alla scrittura di un racconto, quello di Laci che, nel dopoguerra, al Mozi ha dato vita: una storia, quella di Laci, fatta di amore per questa arte, ma soprattutto per questo luogo.

“Se filmassi l’albero in questo momento, pensò Laci, poi potrei dire: Era l’autunno dell’anno tal dei tali, quando abitavo nel cinema Csillag. Con il cinema è così, pensò. Il film diventa la realtà. O comunque la verità.”

Di luce e polvere è un libro che consiglio agli amanti del cinema a coloro che quando escono dal cinema hanno bisogno di silenzio e solitudine per assaporare ciò che hanno appena visto, a coloro che sanno ancora dare importanza al “come” e non solo al “cosa”

“Il cinema è un luogo di aspettative che raramente vengono deluse, nemmeno da un brutto film, perché significa pur sempre: vedere più lontano di prima, esplorare un orizzonte che senza lo schermo non esisterebbe.”

Ma anche a chi ama le atmosfere dell’Europa dell’Est, le strutture narrative non banali e la scrittura capace di farti vedere mondi lontani, come il cinema del resto…