René Karabash – Bottega Errante – traduzione Giorgia Spadoni
“il mio nome significa sopravvissuta, rimasta in vita, viva, colei che si è salvata”
Bekià nasce da un parto gemellare, nasce solo lei, il fratello gemello no. Ma siamo in un piccolo villaggio tra le montagne albanesi, dove vigono le regole del patriarcato, oltre a quelle del Kanun (ma di queste parleremo dopo) e il padre, ovviamente, avrebbe voluto il figlio maschio e così, Bekià cresce cercano di assecondarlo
“io sono la più grande invenzione di mio padre”
ino a un certo punto però. Perché Bekià si innamora di Dana, una ragazza bulgara che nel villaggio viene in vacanza e questo non può essere accettato.
“farai quello che ti dico io, in questa famiglia ci sono delle regole e tu le rispetterai, non colpirla, Murrash, è tua figlia, non ci sono altre bambine qui intorno, con chi deve giocare, sta tutto il giorno ad aiutarti, tu devi stare zitta, chi ti ha detto di parlare, quando parlo io tu stai zitta, cosa facevate nel mulino, leggevamo, cos’avresti letto che non sai leggere, a tuo padre non devi mentire, Murrash, non farlo”
Bekià viene promessa sposa a un uomo che nemmeno conosce, un uomo che lei non vuole sposare, e questo muove il suo atto di ribellione: Bekià sceglie di diventare una vergine giurata, di fare voto di castità, di diventare uomo agli occhi del Kanun, anzi di venire, usando le parole di Elvira Mujčić (che cura la prefazione al libro) “promossa a uomo”
“… e oggi davanti a dodici padri prendo il nome maschile di Matja come mio unico nome proprio, e che le donne mi taglino i capelli, e che diventino cenere i miei abiti, e che i vestiti maschili diventino mia schiena, gambe e pelle”
ma, sempre secondo le regole del Kanun, la parola data deve essere rispettata e ogni mancanza dovrà essere pagata con il sangue di uno degli uomini della famiglia. Così Bekià, diventando Matja e rifiutando il matrimonio sentenzia la morte del padre.
“lo sai, vero, che secondo il Kanun metterò nella tua dote un proiettile, con cui Nemanja ti ucciderà, se non sei pura, tu sei pura o no”
ma cos’è il Kanun?
“il Kanun non sottostà alle norme, signora, i governi cadono, se ne fanno altri, le leggi del Kanun sono di bronzo, non a caso vengono dall’Età del bronzo, sono orgogliosa di vivere in queste terre, della solitudine non ho voglia di parlare, la libertà è più importante, non c’è fratello, non c’è padre, se si parla di Kanun, le sue leggi sono al di sopra di tutto”
leggi che governano alcuni villaggi delle montagne albanesi, un regolamento che si eleva sopra ogni altra regola, che diventa prigione nel suo essere presente in ogni momento della vita quotidiana, nel limitare la libertà.
René Karabash ci racconta una storia dolorosa e potente: la scelta (se di scelta possiamo parlare) di una donna all’interno di una società che vede la donna svuotata da ogni possibilità di dire la sua. Una scelta fatta per reclamare una sorta di libertà, se non altro quella di dire no all’imposizione paterna, ma soprattutto fatta per non tradire l’amore. E in questo Colei che resta è un grande romanzo d’amore, di amore contrastato dagli uomini e dal destino e, appunto per questo, ancora più forte!
E Karabash sceglie di raccontarci questa storia non in modo lineare, ma attraverso una scrittura che diventa vera liberazione; una scrittura senza alcun punto a porre limiti, muri. Dove il racconto di Bekià diventa quello di Matja, dove le parole si intrecciano tra dialoghi e descrizioni, tra ciò che è successo e ciò che è pensato, tra prosa e poesia, tra passato e presente.
“Matja, secondo il passaporto Bekià, trentatré compiuti, sì, fratello Sali, padre Murrash assassinato, madre morta poco dopo di lui, solo la mucca Nura e i colombi di suo padre, colore preferito blu, paura soltanto della neve, della grande neve, la solitudine è un’altra faccenda, no, l’amore qui è vietato, equivale alla morte […] basta così per oggi, Nura ha fame, i colombi aspettano di essere rinchiusi.”
Ne esce un libro unico nel suo genere, difficile da incasellare. Un libro che, con il suo stile, rivendica libertà
“il metallo più prezioso in Albania è la libertà”
Un libro arricchito dalla splendida traduzione dal bulgaro di Giorgia Spadoni.

