Città fantasma

Kevin Chen – E/O – traduzione Silvia Pozzi

“Il suo passato è un romanzo scritto male. Il primo capitolo ruota intorno a un tavolo con sopra una pistola, due coltelli e tre diari. Nel corso dei capitoli successivi la pistola sparerà, le lame affonderanno nella carne smembrandola e nelle pagine di un diario si troverà la soluzione a tutti i misteri. Ma il romanzo della sua vita è un pasticcio senza capo né coda. Lui scrive, scrive e si dimentica la pistola, i coltelli, i diari per soffermarsi su altre porcherie sparse sul tavolo. Si perde in dettagli inutili. I poster alla parete, i pantaloncini rosso vivo, la testa nel sacchetto di plastica. È marcio fino al midollo e il libro fa schifo come lui. Buchi ovunque.”


Città fantasma è la storia de il Piccolo che torna a Yougjing, dopo anni trascorsi in carcere a Berlino. Ma è anche la storia di sua sorella Shu-mei, la maggiore, indesiderata in quanto femmina, e di tutta la famiglia Chen (cinque femmine, tutte indesiderate, e due maschi, entrambi, per motivi diversi, destinati alla prigione). È la storia dei genitori e di quei vicini di casa che hanno costruito un impero producendo biscotti.
No, Città fantasma, non è una storia facile e me ne sono accorta da subito trovandomi di fronte all’indice dei nomi, indice al quale ogni tanto mi sono trovata costretta a ritornare; ma è un romanzo che ha la potenza di portarci in un altro mondo, Taiwan in questo caso, ma soprattutto all’interno delle sventure che sembrano perseguitare questa famiglia.

“Vuole una risposta sincera? Le sorelle Chen sono figlie indesiderate: quante probabilità possono avere di stare “bene” nella vita?”


Tutto si svolge in un unico giorno, il Giorno degli Spiriti
 

“È la Festa degli Spiriti, è piena estate, strano che l’aria sia così fredda. Soffiava lo stesso vento quando è scomparso Tshenn-a-tsang, quando la libreria Mingri ha chiuso, quando l’ippopotamo è scappato dal recinto, quando io sono sparita, quanto Tien-yi è stato citato in giudizio, quando è morto papà, quando la casa è andata a fuoco ed è morta la mamma, e quando abbiamo saputo dell’omicidio commesso dal Piccolo in Germania.”

Ma quel giorno è il pretesto che ci porta a esplorare la storia dei protagonisti, degli abitanti della città fantasma, quella Yongijing, alla quale l’autore decide di dedicare la sua opera: la sua città che non esiste.

“Yougjing è un mortorio, un cimitero, a differenza di ogni città che si rispetti. Sperduta nel nulla. Nessuno la conosce. È rimasta indietro mentre Taiwan era in pieno boom economico. I contadini sono emigrati in massa. I giovani partono scordandosi pure il nome di ‘sto buco, dove restano solo gli anziani che non hanno possibilità di andarsene.”

Ed è una storia costellata da lutti, suicidi, dicerie e maldicenze, da matrimoni sbagliati con uomini orrendi,

“Suo marito è il burattinaio che la manovra. Lei, da brava, ha passato quei cinque minuti in silenzio. Tanto è una marionetta: il braccio non è suo, le gambe non sono sue, quel corpo appartiene a lui. Si dipinge una faccia sorridente e continuerebbe a sorridere anche se la facesse a pezzi.”

da donne che impazziscono e si chiudono in una stanza senza uscirne più, da amori che non portano a nulla di buono, da scelte sbagliate, da segreti familiari, da un ippopotamo anche, dall’omofobia. Quell’omofobia che ha fatto scappare lontano il Piccolo

“Sa di essere a casa. La casa in cui è cresciuto. Dove tutto ha avuto inizio. Il punto di partenza. La casa che ha cercato in ogni modo di lasciare. La casa che non lo voleva. La casa dove non è benvoluto.”

Ed è una storia fatta di fantasmi, perché non dimentichiamo che tutto si svolge nel giorno degli spiriti e gli spiriti quel giorno fanno ritorno.

Sì, Città fantasma è un romanzo complesso, dove il realismo magico non può che essere di casa, perché forse qua i veri protagonisti sono proprio i fantasmi, morti o vivi che siano. Fantasma è quella città chiusa in se stessa, sconosciuta a chi non ci è nato e dimenticata da chi se ne è andato. Città che, come dirà l’autore nella sua postfazione, non è stata capace e non è capace di accettare il diverso ed è stata solo capace di esprimere odio, allontanando così i giovani


“è per colpa di gente come lei se non torniamo a casa”


Nota di merito a Silvia Pozzi, perfetta traduttrice di un’opera non facile, fatta di una scrittura, da lei stessa definita, “lussureggiante”.