Antonio Schiena – Fazi
“In paese non si dà mai la giusta importanza alle parole e anche le più pesanti vengono lanciare per poi girare di bocca in bocca con un’innocenza inquietante. Quelle definizioni ci hanno messo poco ad attecchire e il custode non ha provato in alcun modo a smorzarle. La sue riservatezza esasperata, il cappotto nero sempre addosso, il lunghi capelli ingrigiti, la profonda cicatrice che gli taglia l’occhio sinistro e la compagnia morbosa di un alano gigante […] non aiutano certo a migliorare le chiacchiere.
Con il tempo ha imparato a non volere gente intorno, a non sprecare parole con chi non sa ascoltare; ha trovato nel silenzio e nella solitudine il suo posto nel mondo”
Il custode del cimitero esce da una reclusione per rinchiudersi in un’altra, quella delimitata dal cancello del Bello (questo il nome del cimitero, o il nome che di lui è rimasto). Il custode non esce mai da lì, vive con la sola compagnia di un cane, guardano da lontano i funerali e quei ragazzini che entrano al Bello, di notte, per crescere, per diventare grandi: per sfidare l’Avvinto, il protagonista di un’antica leggenda che ha osato sfidare la Morte e che si mormora abiti nel cimitero del paese.
E uno di questi ragazzini è Marco, il secondo protagonista di questa storia che ci viene raccontata a capitoli alternati: un capitolo è del custode, uno è di Marco. Due solitudine le loro
“Lo scuolabus ferma a meno di venti metri dal suo portone, ma prenderlo è un’abitudine che per nessun motivo Marco vuole rendere sua: ogni minuto trascorso senza essere circondato dagli altri è un minuto guadagnato”
Marco è un ragazzino che dimostra meno dei suoi anni, figlio di una madre impegnata a fare altro e di un padre che non c’è più. Marco è un ragazzino bullizzato dai compagni di scuola, un ragazzino che non sa a chi raccontare quella sua paura, quella sua rabbia.
Quella che ci racconta Antonio Schiena è una storia di formazione, una storia dove il diverso o il più debole viene visto come l’elemento da allontanare, da ridicolizzare, l’elemento sul quale sfogare il proprio desiderio di superiorità, oppure l’elemento da definire “mostro”.
È una storia che ci parla dell’essere vulnerabili, fragili e della incapacità di opporsi
“Si è chiesto a lungo se fosse il caso di portarlo, ma alla fine si è detto che se l’avesse fatto sentire meglio avrebbe fatto bene a portarlo. Lo svuota dai libri e quaderni scolastici lasciandoci dentro solo la copia dell’Isola del Tesoro. Lo squadra, come un guerriero testa lo scudo per accertarsi che si intatto, integro. Con lo zaino sulle spalle Marco si sente sicuro, difeso, e mai come adesso ha bisogno della sensazione di protezione”
Del tenere tutto dentro o di trovare un modo per non farlo, per sfogarsi.
Ed è una storia dal ritmo incalzante, nella quale, pagina dopo pagina, ti rendi conto di cosa sta succedendo, di dove andremo a finire. Una storia che ti riempie il tempo di un pomeriggio e che, forse, dovrebbe essere fatta leggere a quei ragazzini spaventati dalle prese in giro dei compagni o agli altri compagni, quelli che prendono in giro. Una storia che, nonostante quei segreti che alla fine verranno a galla, nonostante sia una storia cupa, riesce a regalarci anche delle parole di speranza.
E il Pinocchio della copertina?
«Ci pensi mai che Pinocchio è un burattino?» chiede a Leo, mentre continua a sistemarsi per preparasi nel miglior modo possibile. «È un burattino», prosegue, ignorando le perplessità dell’amico. «Cioè, tutti lo chiamano sempre burattino, nei libri, nei film, anche nella versione originale Collodi lo chiama burattino. Quindi c’è poco da avere dubbi. Lo sanno tutti. Però ai burattini inserisci la mano da sotto per muoverli, no? Quando da piccolo andavo al teatro dei burattini era così. Quelli di legno mossi dai fili sono marionette, giusto?…»
Be’ c’entra anche Pinocchio, ma quello lo dovrete scoprire leggendo Chiodi.

