Chimica

Weike Wang – Edizioni Clicky – traduzione Fabio Cremonesi

“Non ricordo di aver mai visto i miei genitori tenersi per mano, abbracciarsi o baciarsi. Mi chiedo se è per questo che, quando sento parole affettuose, mi viene voglia di buttarmi giù da un edificio molto alto, nonostante la mia paralizzante paura dell’altitudine.”

Sono stata e sono (dato che pare che non ti abbandoni mai) una depressa. Sono, nella maggior parte dei casi, un’indecisa. Soffro di non appartenenza e di mancanza di punti di riferimenti, mi sono allontanata da un lavoro che sentivo non essere più mio. E so che ogni seduta dalla psicologa ti porterà a rivangare i rapporti con i genitori e, in modo particolare, con la madre. Quindi in questo romanzo io mi sono sentita a casa, come mi sono sentita molto vicina alla sua protagonista senza nome. Perché in Chimica nessuno ha un nome: c’è la madre e il padre, la miglior amica, il marito e la bambina di questa, lo studente di matematica, la psicologa; quasi a voler conservare una sorta di vago, di sospensione,  evitare di identificare fino in fondo, rendere quasi universali quei caratteri. Ma poi c’è lui, Eric, l’unico personaggio della vita della protagonista che un nome ha, il personaggio che potrebbe essere il suo punto fisso. L’uomo che le chiede di sposarlo, l’uomo che pare incastrarsi perfettamente nella sua vita,

“La prima volta che io e lui ci baciamo, succede all’esterno del mio vecchio condominio. Lui sta aspettando un taxi. Io sto aspettando di essere baciata. I nostri denti tintinnano perché sorridiamo troppo in anticipo”

ma lei, anche se in fondo lo sa, non riesce a rispondergli con un sì. Non riesce a sconfiggere quella sua indecisione, che rifugge il cambiamento, la scelta o forse il solo fatto di dover capire da che parte stare.

“Al momento mi piace stare tra un luogo e l’altro”

Ed è forse da questo che inizia la crisi della nostra protagonista, il suo mettere in dubbio alcuni aspetti della sua vita; da qui che inizia il suo vagare, in una Boston, avvolta in un inverno gelido, coperta dalla neve che annulla i confini, i limiti, i contorni.

Tra mail alle quali non riesce a decidersi a rispondere, telefonate all’amica del cuore, passeggiate con quel cane che forse è intelligente e forse no, il suo dare ripetizioni e fare il bucato, le sedute dalla psicologa. E il suo farsi domande e cercare, in qualche modo le risposte, magari deragliando un poco dagli usuali binari.

“I cristalli puri sono quelli che hanno una struttura che si ripete perfettamente. Me l’hai detto quando ti ho chiesto cosa trovassi di bello nella chimica. Ma che dire delle strutture ripetitive nella vita? Per lo più sono imperfette.”

Chimica è un lungo flusso di pensieri, quella che potrebbe essere una conversazione a ruota libera sul lettino della psicologa. Pensieri che si rincorrono e si collegano l’un l’altro a volte seguendo un filo logico, a volte seguendo la distrazione di un gesto, di una parola, di qualcosa che succede per strada.

Weike Wang riesce a parlare con leggerezza di un argomento che leggero non è: la depressione, il disagio causato dalla perdita di un punto di riferimento, di una visione sul futuro (ma anche sul passato) e sui propri desideri anche. Riesce a farlo con l’ironia capace di muovere un sorriso, creando un personaggio indimenticabile capace di dialoghi interiori degni del miglior Woody Allen (e sono certa che parte del merito di questo debba andare alla traduzione del sempre impeccabile Fabio Cremonesi)

“L’ottimista vede il bicchiere mezzo pieno. Il pessimista vede il bicchiere mezzo vuoto. Il chimico vede il bicchiere completamento pieno, metà allo stato liquido e metà allo stato gassoso, entrambi probabilmente tossici”

Chimica è il quattordicesimo Libro Vagabondo la proposta della Libreria dell’Arco di Matera