Matthieu Aikins – Iperborea – traduzione Luca Fusari
“Tutti vorremmo cambiare qualcosa di noi, ed è allettante pensare di poterci riuscire con uno schiocco di dita. È il sogno di cui si nutre l’emigrazione: ricominciare da capo. Il viaggio è il preludio. La vita viene dopo, e non è detto che non sia più difficile, più angosciosa che sulle piste dei trafficanti.
La verità, però, è che nessuno può sbarazzarsi di se stesso. Abbiamo a disposizione una storia sola e la raccontiamo voltandoci indietro. L’importanza di ogni scelta e di ogni incontro fortuito, della mano di uno sconosciuto che trema, sta in dove ci ha condotti.”
Chi è nudo non teme l’acqua è il racconto di un viaggio clandestino, come recita il sottotitolo: il viaggio di Omar verso la possibilità di avere un futuro per se stesso e per quella che vorrebbe diventasse la sua famiglia, a partire da Laila, la donna di cui è innamorato.
“Nulla è intollerabile, finché non esiste un’alternativa, fosse anche un sogno”
Omar è afghano, ha fatto l’interprete per gli americani, quegli americani che nel 2016 iniziano l’azione di disimpegno in Afghanistan, quegli americani che a Omar avevano promesso un visto per potersene andare. Ma quel visto non arriverà mai e Omar sarà costretto a prendere la rotta dei clandestini, perché Omar da Kabul deve andarsene.
“La risposta giusta alla domanda «Perché te ne sei andato?» è: perché mi ci hanno costretto. Perché non avevo altra scelta”
Ad accompagnarlo in questo viaggio sarà proprio Matthieu Aikins l’autore di Chi è nudo non teme l’acqua, amico di Omar e giornalista. Aikins che deciderà di documentare tutto ciò che avviene e di farlo dall’interno diventando egli stesso, approfittando dei suoi lineamenti mediorientali (Aikins è canadese-americano, ma le sue origini mischiano l’Europa al Giappone), afghano. Ovvero nascondendo il passaporto e facendo la rotta da vero e proprio profugo.
Chi è nudo non teme l’acqua è un saggio narrativo che ci porta a capire un po’ di quella realtà che a noi arriva dai giornali, dai telegiornali, quella realtà che spesso commentiamo con la superficialità di chi, in fondo, non la conosce, di chi non è mai stato costretto a dover lasciare casa e famiglia.
Ci dice che non tutti i profughi sono trattati allo stesso modo; specifica chi è un profugo
“… così secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, il pilastro del diritto internazionale, si definisce rifugiato chi ha il «giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche», e non chi è semplicemente in fuga dalla guerra o da una calamità”
E che il modo in cui un uomo in fuga racconta la sua storia, può essere tutto: può salvarlo come costringerlo a essere rimpatriato
«In un campo profughi le storie sono tutto» […] «Ogni giorno della propria vita il profugo deve differenziarsi dall’opportunista: il migrante “economico” »
Ci racconta i rapporti con quei trafficanti che sono visti come veri e propri salvatori da chi altra via non ha; ci porta in un campo profughi dove le condizioni di vita sono allo stremo, dove tutto è “costruito” per disincentivare altri a partire. Ci parla di speranza, quella speranza che spinge a provare e riprovare, a rischiare la vita pur di non tornare indietro, pur di non fermarsi.
“Per un clandestino è raro che la distanza più breve tra due luoghi equivalga a una linea retta; può persino diventare un volo all’altro capo del mondo, pur di arrivare in un aeroporto dove i funzionari siano corrotti. Lo spazio che divide due persone che si stringono la mano al di qua e al di là di una recinzione può essere più vasto di un deserto.”
Aikins, in fondo, ci dice anche che raccontandoci quel viaggio dall’interno, diventandone protagonista attivo non è riuscito a essere fino in fondo l’occhio freddo di una telecamera
“Se ci tenevo a seguirlo nel ruolo di giornalista, motivo per cui avevo scelto di viaggiare in incognito, dovevo limitarmi alla cronaca delle sue decisioni e lascare che le prendesse da sé.”
Perché sono subentrate la sensibilità, l’amicizia. E ci dice di non aver fatto fino in fondo l’esperienza da rifugiato, perché lui la possibilità di salvarsi l’ha sempre avuta: il passaporto.
Insomma ci dice che no, non siamo tutti uguali. Che non abbiamo tutti le stesse possibilità.

