Case vuote

Brenda Navarro – Giulio Perrone editore – traduzione Carlotta Aulisio

“Tutto puoi immaginarti tranne che un giorno ti svegli con addosso il macigno di una scomparsa. Cos’è una scomparsa?
È un fantasma che ti perseguita e ti spacca in due.”


Messico. Un parco, la distrazione di un messaggio sul telefono, che arriva o non arriva, poco importa; quello che importa è che Daniel scompare, lasciando a una madre il vuoto di una scomparsa, il senso di colpa di una distrazione. Una madre che forse madre non avrebbe nemmeno voluto essere, una madre che ha messo al mondo un bimbo autistico, un bimbo che deve seguire con più attenzione. Un bimbo che, ancora di più degli altri bimbi, non può permetterle una distrazione.


“Così è iniziato l’anno: con il pensiero che non avrei mai dovuto, quel pomeriggio, aprire l’ombrello rosso, attraversare il parco come se nulla fosse e portarmi via il bambino più bello che avevo mai visto in vita mia.”


Stesso parco, un ombrello rosso e una donna che desidera, sopra ogni cosa, la “gabbia” della maternità. Una donna che ha un compagno che, oltre a  maltrattarla, un figlio non lo vuole proprio. Anzi una figlia, perché lei vorrebbe una figlia da crescere migliore di quello che lei è stata. Ma poi vede Daniel, un bimbo bellissimo, e se lo prende. E lo trasforma in Leonel

Brenda Navarro mette in scena due donne, i loro pensieri tutti, anche quelli più scomodi: anche quelli che una madre non dovrebbe avere, o pensiamo non debba avere. E ci restituisce un romanzo duro, sincero, trascinante e, ovviamente, doloroso.

Case vuote parla di donne


“E tutti, proprio tutti quegli uomini borbottavano senza nemmeno ascoltarsi e noi donne, confuse ma impavide, a guardarli, perché è questo quello che ci tocca: essere le case vuote pronte ad accogliere la vita o la morte ma che, alla fine dei conti, sempre vuote rimangono”


perché, oltre alle voci delle due protagoniste, la sensazione è che questo sia un romanzo costellato da donne, gli uomini ci sono certo, ma sempre un po’ meno, sempre quasi a fare contorno, movente, luogo dove tornare o dal quale andarsene, pugno che ferisce o uccide. Poi c’è Daniel/Leonel, ovviamente, che è fulcro della storia, ma allo stesso tempo,personaggio non parlante, personaggio che sottolinea l’essere o non essere madre.

Donne dicevo: a partire da quella ragazzina rimasta orfana di un femminicidio, da quella madre che ha perso un figlio per un “incidente” sul lavoro, di quella nonna che vorrebbe essere madre della nipote, non vederla andar via e di quelle madri unite in un’associazione


“Erano moltissime le madri di figli scomparsi.
Sono stata alla loro prima riunione, avevano tutte un fascicolo piuttosto corposo, le scarpe consumate e lo zaino in spalla perché molte non sapevano dove gli sarebbe toccato dormire. Era un esercito di donne guerriere, si erano organizzate, setacciavano ogni angolo del Paese.”


tenute insieme dalla speranza o, forse, dal voler cercare un lutto da seppellire.

Per finire a Wislawa Szymborska con inaugura ogni nuovo capitolo, ogni cambio di voce, con la sua poesia.

Navarro ci parla di maternità, di ossessione, di mancanze e di scomparsa, di vuoto,


“Non si scompare tutti allo stesso modo e ognuno prende la forma della scomparsa che gli è toccata: Daniele è scomparso, Fran inizia a scomparire, io scomparirò. Eravamo quelli che non c’erano, quelli che sfumano, che sono sfumati, che sfumeranno. Scomparsi: distanti, nascosti, svaniti, evaporati, assenti, senza nessuna voglia di comparire davanti alla nostra esistenza. Non si scompare tutti allo stesso modo.”


di quella solitudine di quando nessuno pare o può capire ciò che provi, ciò che senti. E lo fa a modo suo, con quella scrittura trascinante e soffocante; quella scrittura che non ti dà tregua, non ti permette di tirare il fiato mai. Pugno nello stomaco, peso sullo sterno, le sue sono parole che ti si conficcano dentro e la rendono, a mio avviso, unica e grandiosa.


“Una casa cos’è, di cosa è fatta? Quando iniziamo ad essere genitori e figli? È successo forse quando Nagore mi ha abbracciato e ha appoggiato la testa sulla mia pancia che le ha risposto con dei colpetti come quelli di chi bussa per farsi aprire la porta? O quando Daniel è sgusciato fuori così esausto che hanno dovuto dargli l’ossigeno e non ho potuto tenerlo in braccio prima di una settimana? Quando inizia ad essere casa e di cosa è fatta?”