Casa fatta di alba

N. Scott Momaday – Black Coffee – traduzione Sara Reggiani

“Abel si inoltrò nel canyon, Il suo ritorno al paese era stato un fallimento, benché assai desiderato. Nei giorni successivi aveva provato a parlarle col nonno, ma non gli era riuscito di dire ciò che voleva; aveva provato a pregare, a cantare, a reinserirsi nell’antico ritmo della sua lingua, ma ad esso non era più accordato. Eppure, al pari della memoria era ancora lì, alla portata del suo orecchio, come se Francisco o sua madre o Vidal gli avessero parlato dal passato e le parole avessero fatto presa sul momento e l’avessero reso eterno.”

Abel, dopo aver combattuto in guerra, torna nei suoi luoghi e vive lo spaesamento di chi è stato lontano, di chi ha vissuto qualcosa che non può condividere né con quei luoghi, né con le persone. È il 1945 e Abel è un nativo americano. Ad attendere il suo ritorno c’è il nonno Francisco e ci sono i ritmi lenti dettati dalle stagioni, dalla terra, dai riti e dalla spiritualità. Socializza poco Abel, parla ancor meno; anche la breve relazione che avrà con Angela, sarà dettata più dal corpo, dai gesti, dagli sguardi che dalla comunicazione. Commetterà un errore, Abel: ucciderà un uomo bianco e dovrà pagare con la prigione.

“Aveva ucciso l’uomo bianco. Non era stato complicato, dopotutto; era stato semplicissimo. Era stata la cosa più naturale del mondo. Sicuramente potevano comprenderlo, questi uomini che intendevano disporre di lui con le parole. Dovevano sapere che, se ne avesse avuto l’occasione, avrebbe ucciso l’uomo bianco ancora una volta, che non poteva esserci alcuna esibizione. Perché lui sapeva cos’era l’uomo bianco, e potendo l’avrebbe ucciso. Un uomo uccide un simile nemico, potendo.”

La narrazione di N. Scott Momaday, nativo americano come il suo protagonista, e primo nativo americano ad aggiudicarsi il Pulitzer, continua nel 1952, e trasporta Abel a Los Angeles, allo scontro con una città che gli farà conoscere il vizio, il disfacimento, la degenerazione.

E Casa fatta di alba mette in contrapposizione proprio queste due realtà, questi due tentativi di Abel di trovare motivo di fermarsi, di sentire l’appartenenza a un luogo. Da una parte ci sono i luoghi del suo popolo, dove la natura è dominante

“Ma l’aspetto straordinario della valle erano le sue dimensioni. Era quasi troppo grande perché l’occhio potesse abbracciarla tutta, di una bellezza strana e un’ampiezza traboccante. Una tale vastità genera illusione, un tipo di illusione che comprende la realtà, e dove c’è lei ci sono sempre stupore ed ebbrezza”


Dall’altra c’è città che molto chiede e forse poco restituisce


“Era sfortunato. Si è visto subito. Si capiva che non riusciva ad adattarsi. […] Lui era un lunghicapelli, come diceva Tosamah. Qui bisogna che cambi. È l’unico modo per vivere in un posto come questo. Devi scordarti com’era, come sei cresciuto e tutto il resto. A volte è dura, ma devi farlo. Be’, lui non voleva cambiare, o magari non sapeva come.”


E la differenza tra questi due mondi Momaday ce la restituisce con la scrittura che, da una parte, è densa, intensa, sovrastante, fortemente poetica. Dall’altra, quando deve rendere la freddezza della città, dei vicoli grigi, del vizio e della corruzione, diventa meno fluente, meno lussureggiante. Ma in entrambi i casi emerge forte lo straniamento di Abel, il suo non sentirsi mai parte di niente e di nessuno, la sua ricerca di un luogo dove potersi fermare


“Hai bisogno di sentirti parte di un posto, secondo me. Vai lassù sulla collina e senti i canti e i discorsi, e pensi di tornare a casa. Ma il giorno dopo capisci che non serve a niente; sai che tanto se torni a casa non trovi niente, solo la terra vuota e dei vecchi, che non vanno da nessuna parte e che poi muoiono. E allora devi scordati anche di quello.”


Leggere Casa fatta di alba per me non è stata una passeggiata, le descrizioni dettagliate, la scrittura troppo pregna, mi hanno portata, a volte, a smarrire la strada. Ma, ovviamente, sono consapevole di essere stata al cospetto di un grande romanzo, un romanzo che consiglierei a lettori molto forti, a lettori che amano la scrittura ricca e che hanno voglia di conoscere una storia americana, vista dagli occhi dei nativi però…

Casa fatta di alba è stata una delle due proposte di Iobook di Senigallia (AN) e la scelta di Bicchierdivino di Torino nella tredicesima puntata di #edopocosaleggo