Eduardo Halfon – Il Saggiatore – traduzione Ilde Carmignani
“Non ero mai stato in Giappone prima di allora. E prima di allora non mi avevano mai chiesto di essere uno scrittore libanese. Uno scrittore ebreo, sì. Uno scrittore guatemalteco, certo. Uno scrittore latinoamericano, ovviamente. Uno scrittore centroamericano, sempre di meno. Uno scrittore statunitense, sempre di più. Uno scrittore spagnolo, quando era preferibile viaggiare con quel passaporto. Uno scrittore polacco, una volta, in una libreria di Barcellona che insisteva – insiste – a collocare i miei libri sullo scaffale della letteratura polacca. Uno scrittore francese, perché avevo vissuto qualche tempo a Parigi.”
Questa storia inizia a Tokio dove Eduardo Halfon è stato invitato per partecipare a un congresso di scrittori libanesi, in quanto suo nonno (dal quale ha ereditato il nome) era un ebreo libanese.
“È che mio nonno diceva sempre di essere libanese, dissi, il microfono che funzionava appena, anche se il Libano, come paese, è nato solo nel 1920, tre anni dopo che lui e i suoi fratelli avevano lasciato Beirut. Prima Beirut faceva parte del territorio siriano.”
ma, in fondo, questa storia inizia cinquant’anni prima, nel 1967, a Città di Guatemala, quando un comando di guerriglieri sequestra un imprenditore di nome Eduardo Halfon, il nonno dell’autore, appunto.
“anche se non c’è un filmino muto su questo (per quanto ne so), una fredda mattina di gennaio del 1967, quattro anni prima che io nascessi, quando la casa era ancora in costruzione, una macchina della polizia fermava il mio nonno libanese all’imboccatura della strada, su avenida Reforma, per sequestrarlo.”
Tra quei guerriglieri c’è Canción
“Lo chiamavano Canción perché aveva fatto il macellaio. Non perché musicista. Non perché cantante (non sapeva cantare). Ma perché dopo essere uscito dal carcere di Puerto Barrios, dove era stato rinchiuso per aver rapinato un distributore di benzina, aveva lavorato per qualche tempo nella macelleria Dona Susana […] E quindi il suo soprannome non era altro che una specie di allitterazione o gioco di parole fra carnicero, macellaio, e cancion, canzone.”
Il rapimento del nonno è sempre stato un argomento tabù in famiglia, ma ora Eduardo vuole interrogare i suoi ricordi, vuole raccontare quel rapimento, e così lo troviamo seduto al bancone di un bar, mentre attende qualcuno che gli restituisca quei tasselli mancanti
Ma forse scrivere di quel rapimento diventa solo un espediente per raccontarci una storia familiare, per parlarci di quel nonno e di quel guerrigliero soprannominato Canción e, soprattutto, per farci entrare in ciò che non è solo sfondo, ma contesto invadente e prepotente: un Guatemala dilaniato da trentasette anni di guerra civile.
“… Arbenz fu rapidamente rovesciato con un’operazione della CIA detta OPERATION PBSUCCESS, gettando il paese in una spirare di governi repressivi e presidenti militari e militari genocidari e in un conflitto armato interno che sarebbe durato quasi quarant’anni”.
Ne esce una narrazione che, tra reale e invenzione, tra Beirut, Città di Guatemala e Tokyo, fa incontrare il passato e il presente, li fa andare a braccetto, oppure lascia il presente seduto al bancone di un bar in attesa che il passato lo raggiunga.
Una narrazione ipnotica e travolgente che trascinerà il lettore e che lo farà sedere accanto a Eduardo, mentre guarda i vari avventori del bar e beve una birra, fumando una sigaretta.
“Lontano, all’altro capo del bar, c’erano due porticine attigue, i bagni: quello degli uomini indicato da un ritaglio di rivista con un giovane e polveroso Clint Eastwood, quello delle donne da un ritaglio di rivista con una Marilyn Monroe mozzafiato. Fuori, di là dalla vetrata, si vedevano le sagome e le luci del traffico del centro. Cominciava ad annottare.”
o mentre cammina per le strade di Tokyo e ascolta la storia di un nonno, un altro nonno, sopravvissuto ad Hiroshima
“Stavo per dirle che capivo bene il silenzio di un nonno sopravvissuto, che capivo bene i segni che dopo portano sulla pelle per il resto della loro vita. Ma mi limitai a finire il caffè in quello spazio comodo, piacevole, quasi familiare.”
un romanzo breve, ma potente che farà venire la voglia di sapere di più sul Guatemala, sulla sua storia e, nel mio caso, anche sulla sua esatta collocazione geografica (ma questo è un problema mio…)

