Jung-myung Lee – Sellerio – traduzione Benedetta Merlini
“Nessuno conosceva il suo aspetto e quest’aura misteriosa non faceva che aumentare l’interesse nei suoi confronti. Le sue lettere erano considerate documenti segreti di grande importanza e la sua voce, registrata sulle cassette e riprodotta decine di volte, era irriconoscibile. Chi aveva ascoltato i nastri o letto la sua corrispondenza raccontava quanto il suo timbro di voce fosse pacato e sicuro e precisa la sua scrittura. Ogni incidente, come gli incendi subito domati che avevano annerito i muri esterni della stazione di polizia, o il semplice lancio di sassi, veniva considerato dagli universitari un messaggio di Choi Minseok e, in quanto tale, degno di attenzione.”
Non è facile raccontare questo romanzo e non lo è per due motivi. Primo di tutto perché Buio in sala ha una trama complessa, costruita su una struttura perfetta che non permette distrazione alcuna da parte del lettore. Secondo perché raccontando troppo di questo romanzo si rischierebbe di rovinarne la lettura, di svelare ciò che è molto meglio che il lettore scopra da solo.
Buio in sala è un romanzo di trama, certo, un romanzo con un agente segreto che devo scoprire l’identità del leader delle rivolte contro la dittatura (siamo a Seul negli anni Ottanta), per poi poterlo arrestare. È un romanzo dove lo stesso lettore ignora chi sia Choi Minseok (il leader appunto), può forse immaginarlo, ma non ne sarà mai certo. E qua mi fermo, almeno su questo fronte.
«Voglio prendere Choi Minseok», rispose Kijoon senza esitazione.
«Perché mai?».
«Perché è il mio lavoro».
Ma Buio in sala è anche un romanzo che ha come protagonista il teatro: il teatro come rappresentazione, come finzione anche. Il teatro come mezzo per l’opposizione, come denuncia del regime
“Come autore della compagnia teatrale King’s Men, aveva riscritto per la sua epoca, culla del pensiero moderno, un’opera ambientata mille e seicento anni prima portando il pubblico a chiedersi se fosse giusto tollerare un re incompetente. E ora quella stessa domanda posta da Shakespeare quattrocento anni prima si poteva considerare nella Corea moderna sotto dittatura ancora valida e attuale.”
Il teatro che diventa gergo per raccontare anche il quotidiano, il reale. Così i piani della polizia per cercare di inchiodare la “Primula rossa” di questa storia diventano copioni, gli interrogatori dialoghi scritti su quel copione.
“L’idea che l’attore non debba recitare un ruolo ma che sia il personaggio a prendere il posto dell’attore aveva trasformato tutti in altre persone.”
Fino a rendere finzione e realtà due facce della stessa medaglia. A rendere i nostri protagonisti marionette che interpretano un ruolo. Così che tutto si intriga sempre più, sovrapponendo le parti, confondendo le pedine della scacchiera. Portando il lettore verso un finale non scontato, trascinandolo nella ricerca della verità
«Gli esseri umani hanno bisogno di credere in qualcosa, amano essere prigionieri di una credenza rassicurante. Basta pensare alle ideologie e alle profezie di Gesù, Marx o Mao Tse-tung. Bisogna credere a una verità che si conosce, per cui la cosa più importante non è la verità in sé ma far credere che qualcosa sia vero»
Quindi una trama avvincente, un eroe misterioso e il suo antagonista, una donna innamorata anche
“Jina rispose raccontando una lunga storia.
«Quando un corpo viene cremato, si dice che tra le ceneri ci siano delle piccole particelle luccicanti. Come ad esempio denti d’oro, protesi artificiali. È giusto considerare quel metallo privo di valore? Io credo che siano parti del defunto. Se questi elementi metallici fanno parte del cadavere, allora anche le stampelle, gli occhiali, le matite, i martelli, le forbici, i mestoli, dovrebbero essere considerati come parte del nostro corpo, non credi? Non c’è motivo dunque perché io non possa essere la tua stampella, il tuo dente d’oro o la tua protesi artificiale.»”
Che vuol diventare un’attrice
«Io non voglio diventare un attore, ma un’attrice»
Rivalità, rivoluzione, amore, teatro, mistero e manipolazioni, quindi.
Voi ora starete pensando: Ma Monia non ci hai raccontato alcunché.
E io vi rispondo: Credetemi, è giusto così, e dopo mi ringrazierete per questo.
«Abbiamo mentito.Abbiamo detto una bugia dietro l’altra,tanto che alla fine non sappiamo più distinguere la verità dalla menzogna»

