Bugie su mia madre

Daniela Dröscher – L’orma – Traduzione Flavia Pantanella

“Da bambina mi trovato sempre in mezzo a loro, come una piccola investigatrice privata. Solo che indagavo a mie spese. Per una bambina la cui attenzione finisce di continuo per vagare fuori di sé, tra gli adulti, è difficile distinguere tra menzogne e segreti.
Se voglio scoprire la mia verità soggettiva sul denaro e tutto il resto, devo trasformare i miei genitori n personaggi. Personaggi che mi aiutino a capire chi ha davvero raccontato quali menzogne e riguardo a chi.”


Quando inizia questa storia è il 1983, siamo in un piccolo centro della Germania, ed Ela ha sei anni. Una bambina che si trova a osservare i suoi genitori, le loro discussioni, i quasi inesistenti atti d’affetto che si scambiano
 


“Mi strinse in un lungo abbraccio e per la grande occasione abbracciò fugacemente anche mia madre. Notai che lei gli arrivava a malapena alle spalle. Perché non me n’ero mai accorta prima? Forse perché non si abbracciavano mai?”
 


È Ela che ci racconta questa storia, la storia di sua madre: una donna che il marito accusa di essere troppo grassa, impresentabile, inadatta ad accompagnarlo in pubblico.
 


“Quel giorno aveva capito che la promozione se la poteva togliere dalla testa. Un uomo senza una moglie presentabile non avrebbe mai raggiunto una posizione così importante”
 


Conosciamo Ela bambina, la accompagniamo dai sei ai dieci anni. Ma conosciamo anche la Ela adulta, quella Daniela autrice del romanzo, quella Daniela Dröscher che ci racconta la storia di sua madre; e lo fa intervallando gli anni Ottanta che l’hanno vista bambina, con dei capitoli di riflessioni da adulta, di conversazioni con la madre. Di considerazioni sul patriarcato e su quella violenza psicologica che quel marito (suo padre) ha fatto su quella moglie (sua madre)

 
Ricordo ancora il terrore che ho provato quando, all’università, sono incappata nel termine inglese nuclear family.
«La famiglia nucleare» cito «si fonda sulla schiavitù domestica della donna, sia essa aperta o mascherata. L’uomo è il borghese, la donna il proletariato.»

Un uomo, suo padre, che pur essendo un debole riesce a sottomettere la moglie, a trasmetterle la sua vergogna e a trasmettere quello stesso senso di vergogna alla figlia


“Solamente col passare degli anni ho capito che non ero io a provare vergogna. Era una vergogna di secondo grado. Vedevo mia madre attraverso gli occhi di mio padre.
«Non ti vergogni?» Non so quante volte le abbia posto questa domanda, per lo più senza aspettare una risposta ma facendola seguire da un giudizio immediato: «Ma come si fa a non provare nessuna vergogna?»”


Ciò che fa Daniela Dröscher è una vera e propria indagine sul matrimonio dei suoi genitori, in quegli anni che l’hanno vista bambina e lo fa raccontandoci la storia del quotidiano. Si osserva e li osserva alternando lo sguardo di chi cercava di capire allo sguardo di chi ha, forse, capito o ha cercato di dare una risposta a molte di quelle domande bambine. Prima di tutto sul perché i suoi genitori si sono sposati e sono riusciti a stare insieme così tanti anni


«Ero troppo debole» dice, per poi aggiungere, dopo una breve esitazione: «Se mai un giorno scrivessi un’autobiografia dovrebbe intitolarsi Troppo. Troppo povera, troppo malata, troppo grassa o troppo debole. Per tutta la vita c’è sempre stato qualcosa di me che era troppo poco. Oppure troppo».


Sullo sfondo di quegli anni Ottanta che arriveranno fino a Chernobyl e alle manifestazioni contro il nucleare, ma anche l’esplosione del tennis tedesco con Boris Becker e Steffi Graf, la storia di una famiglia, la storia di una donna, di una madre, che non riesce a non occuparsi degli altri, a riempire le sue giornate dei bisogni altrui, anche a costo di accantonare i propri, una donna che prova anche a essere indipendente


“Per mio padre il fatto che lei lavorasse è sempre stato un tasto dolente. Gli era difficile ammettere che i mezzi di cui disponeva non erano sufficienti a garantire alla famiglia un certo livello di benessere. Mia madre doveva lavorare ma, mi raccomando, solo per guadagnare qualcosa in più. E allo stesso tempo le ha sempre rinfacciato di svendersi.”

 

Ma che non se ne andrà nemmeno quando potrebbe avere i mezzi per farlo: del resto ha due figlie (potremmo dire tre) è una madre malata.

La storia di quel corpo che ingrassa e dimagrisce, ma che pare voler comunicare qualcosa, farsi vedere, dire la sua. Una donna, in fondo, infelice


“Certo, infelicità!, penso io. Per tutta la mia infanzia e giovinezza la sua infelicità ha gravato sulle mie spalle come piombo. Perciò questa non è solo la sua storia, è anche la mia.”


E a Ela (bambina e adulta) resta il compito di capire ciò che è stata bugia e ciò che si è nascosto dietro al silenzio. E, attraverso questa indagine, anche di risolvere se stessa.


“Una persona che non ci parla si trasforma in un enigma. Ostinandosi al silenzio, a poco a poco finisce per ridursi a un’immagine che dobbiamo cercare di interpretare.
[…]
Si dice che chi scrive abbia un problema con la lingua parlata.
Ma ci si può nascondere anche nella scrittura. Stridere e scrivere. In fondo la differenza tra queste parole sta in due minuscole consonanti.”