Marie Vingtras – Clichy – traduzione Fabrizio di Majo
“È solo in quel momento che mi sono accorto che gli stivali del bambino non c’erano, e che i loro giacconi non erano più appesi all’attaccapanni. Ho capito che Bess era uscita col bambino, quando persino una ragazza speciale come lei dovrebbe sapere che non si esce di casa in piena tempesta di neve.”
Alaska, una giovane donna esce durante il blizzard, una tempesta di neve, sta tenendo per mano un bambino di dieci anni; a un tratto si piega per allacciarsi una scarpa, lascia la mano al bambino per un solo attimo. Un attimo fatale, perché quando solleva lo sguardo il bambino non c’è più.
Inizia così Blizzard un romanzo capace di travolgere il lettore proprio come se si trovasse anche lui avvolto dalla neve, dalla natura solitaria, dal quel silenzio dove parlano solo i pensieri, il passato che si intreccia al presente. Le storie.
Inizia con la sparizione di un bambino e di una donna e con l’intera comunità che si mette sulle loro tracce, che si chiede che fine hanno fatto, perché sono usciti quando le condizioni climatiche avrebbero fatto uscire di casa solo un pazzo.
“Io non credo di essere davvero matta, in ogni caso non più di questa gente che vive in questo inferno, di sua spontanea volontà, e ha l’aria di trovarla una splendida idea. Quell’imbecille di Cole, che si crede furbo come una scimmia, ma che rimane sepolto in questo buco, che per quanto grande è un buco. Evidentemente non è riuscito a sopravvivere in città, dove ci sono altre battaglie da combattere. Clifford, che non dice una parola ma che mi guarda con un’aria che conosco bene, un’aria che ti gela il sangue, come se a forza di vivere qui fosse diventato una bestia. E Freeman, di cui non conosco neppure il nome di battesimo, venuto a installarsi qui per la pensione, mentre mi sembra più sano di corpo e di mente di tutti gli altri.”
E l’intera comunità è composta da una manciata di uomini, ognuno con un segreto, ognuno con un aspetto oscuro, ognuno con un motivo per essere rintanato là, in mezzo al nulla, lontano dalla città
“Non avevo mai lasciato l’Alaska, e del resto del mondo non volevo saperne niente.”
Quattro voci narranti, tre uomini più Bess la ragazza dell’incipit, la ragazza che arriva dalla città, dal caldo. Una ragazza che, a sua volta, ha un passato che non può dimenticare
“Questo paese di uomini, così duro che poche donne hanno voglia di viverci. Era talmente incongruo che lei avesse accettato di venirci dopo il caldo del Nevada, lei, la ragazza californiana, una rossa con la pelle dorata, così triste quando smetteva di sorridere, scheggiata come una tazzina di porcellana, ma che sembrava anche capace di essere solida come una roccia, quando voleva.”
quattro storie da raccontare, delle quali non voglio dirvi nulla perché vi farei perdere la bellezza di questo romanzo, ve ne toglierei l’atmosfera da thriller. Perché Blizzard, alla fine, assume proprio quei toni, obbliga il lettore a rimanere incollato alla pagine, a non andarsene via da quel remoto paesaggio innevato fino a quando non sarà arrivato al finale della storia. Ad attendere che ogni tassello trovi la sua collocazione.
Quattro protagonisti, ai quali si aggiungono i personaggi delle loro narrazioni e, sopra tutto, quella natura violenta e selvaggia che affascina certo, ma può anche non perdonarti una distrazione.
Blizzard un romanzo consigliato a chi ha voglia di farsi rinfrescare dal bianco della neve. Ma anche a chi cerca una lettura che porti lontano, fisicamente ma anche con i pensieri. Un romanzo che, nonostante la durezza di alcuni passaggi e alcuni temi, riesce a essere lieve (sarà forse a causa, o per merito, di quel paesaggio innevato della copertina?)
“Ma ci sono cose che non durano, e il meno che si possa dire è che la felicità occupa sempre il primo posto in questa classifica”

