Paolo Scardanelli – Carbonio editore
“C’è nella natura degli eventi delittuosi una costante che li sottende e che li rende unici: essi sono come certi esperimenti scientifici, irripetibili. Non si torna indietro, quando le bocce sono ferme e il sangue versato. L’unicità dell’osservatore è compromessa una volta compiuto l’atto, mescolati i componenti che faranno deflagrare l’azione; la combinazione che porta all’azione è unica e irripetibile, perduta per sempre con l’atto. Quello che resta dopo è la scia sulfurea del diavolo.”
Un caso del commissario Belletti, recita il sottotitolo di Belletti e il Lupo, un libro poliziesco forse, un libro che di poliziesco (a mio avviso) ha solo il fatto di avere come suo protagonista principale un commissario di polizia con un caso, anzi due, da risolvere. Ma (sempre a mio avviso) tutto questo è solo un pretesto, perché l’indagine della squadra di Belletti è molto lontana da quella che troviamo in un classico poliziesco e, in fondo, si risolve in poco. Il primo caso, un carpentiere ucciso da un’arma da fuoco e poi fatto cadere da un palazzo, non richiede molte piste e molti sospettati.
Nel secondo caso, una modella uccisa in modo brutale da un’arma da taglio, invece, conosciamo già da subito l’assassino, viviamo l’omicidio con i suoi occhi, con il suo sentire (e con quello della vittima).
“Chiarire gli aspetti dell’indagine, circoscrivere i sospetti e poi tanto tanto ascoltare, luoghi e persone, odorare l’aria, l’atmosfera, scovare le menzogne; questo il suo lavoro, il suo destino, il suo ruolo, nel mondo, nella società, nella gerarchia delle cose umane. Servire la Giustizia era servire l’umanità, così ricolma di menzogna; già, la menzogna: nascondiamo agli altri e, sovente, a noi le cause prime, il movente del nostro desiderare e agire. L’uomo ha molti volti; così l’anima, anche se potrebbe apparire univoca nel suo solitario splendore.”
Un noir forse, più che un poliziesco.
La vera indagine che fa Belletti è quella dentro se stesso e, per estensione, dentro l’animo umano. Il vero protagonista di questa storia è il suo pensiero; i veri nemici sono l’uomo etico (quello che sicuramente Belletti è) e quell’uomo estetico che nella Milano degli anni Ottanta (siamo nel 1982) viene raffigurato dal rampollo di una famiglia del mondo della moda, ovvero l’assassino del caso numero due. Uomo etico contro uomo estetico, quindi: Belletti e il Lupo è un romanza fortemente filosofico. Un romanzo che mette al suo centro la Giustizia, quella Giustizia con la G maiuscola che è ciò che da sempre, fin da bambino, muove Alvise Belletti
“Non sempre la Giustizia può essere giusta; essa rispecchia le intermittenze dell’animo umano. Seguiamo ideali, costruiamo templi e strutture che possano assecondare le migliori inclinazioni della natura umana, ma questo, in quanto frutto dell’umano, non dispensa della fattibilità. Ciò che è umano è per sua natura fallibile, e questo, ci piaccia o no, vale anche per la Giustizia.
[…]
Mi spiace contraddire Kant, ma l’uomo non è naturalmente buono. È vittima del tumulto delle passioni, all’interno delle quali bene e male se la danno di santa ragione.”
Quella Giustizia che può anche deludere, ma del quale il nostro “eroe”, che eroe non vorrebbe essere chiamato, è un amante fedele
Un romanzo che ci regala una scrittura bella e alta, quella di Scardanelli, un personaggio, Belletti, ben costruito e raccontato, e la Milano del 1982 con la sua nebbie e la sua neve, che non resta mero sfondo, ma attrice protagonista essa stessa della storia. E tutto questo fa davvero passare in secondo luogo il fatto che alcuni passaggi dell’indagine siano un tantino (a mio avviso) frettolosi, perché non era di certo quello lo scopo di Scardanelli: non creare l’ennesima serie di delitti da risolvere, ma farci entrare nell’animo umano di Belletti e del Lupo.
E aggiungo solo che Alvise Belletti abita in una casa a ringhiera (come me), ma a Milano ed esattamente in quella via Garibaldi che ospita la Tempo Ritrovato Libri. Possiamo forse non amare questo romanzo noi?

