Barbara non sta morendo

Alina Bronsky – Keller – traduzione Scilla Forti

“Lui non perdeva mai d’occhio l’ora: sveglia alle cinque e mezzo, il primo caffè entro le sette, la prima passeggiata con Helmut alle dieci. Ma era Barbara a riempire le giornate di rumori e movimenti, piatti e tazze, richieste di accompagnarlo al supermercato perché non poteva portare i pesi da sola. Lui brontolava, ma ovviamente cedeva. Pranzavano a mezzogiorno e mezzo spaccato e parlavano del clima, dell’orto e degli effetti del clima sull’orto. Mentre Barbara sparecchiava, lui si sedeva in poltrona, la sentiva che faceva tintinnare le stoviglie nella stanza a fianco, e intanto leggeva il giornale. La informava su quanto tempo fosse trascorso dall’ultimo pasto, quanto mancasse al caffè pomeridiano, poi sarebbe già stata ore di cena e lui avrebbe potuto accendere la TV.”


Barbara e Walter sono sposati da più di cinquant’anni, le loro giornate sono caratterizzate dall’abitudine, da riti ormai consolidati dal tempo, da discorsi sempre uguali a se stessi, da silenzi anche. Da certezze, forse. Ma, in fondo, Walter non ha mai visto Barbara veramente. Barbara c’era sempre, Barbara era la donna di casa che faceva le faccende di casa. La madre dei suoi figli, la cuoca, la moglie.

«Anni fa mi hai detto che se fossi morta prima io avresti subito trovato una che venisse a cucinare» mormorò lei.
«Mai detta una cosa del genere».

Ma un giorno Walter trova Barbara sdraiata sul pavimento del bagno, caduta (svenuta forse) e si accorge di non essere in grado nemmeno di prepararsi un caffè. Anzi, pare proprio essere questa la sua prima preoccupazione, mentre la moglie, distesa a terra ha, evidentemente, qualcosa che non va.

Barbara è malata, Barbare inizia a perdere le forze giorno dopo giorno, a non voler mangiare; ma Walter, deciso a non accettare questa cosa, gira la testa dall’altra parte, nega, finge di non capire, di non accorgersi di cosa sta succedendo e, nello stesso tempo, realizza però quale è stato il ruolo di Barbara in tutti quegli anni.

E, soprattutto, inizia a vederla

“Si guardarono negli occhi come si guardavano di rado, come forse non si erano mai guardati. A che serve parlare, se ci si è già detti tutto? Gli occhi di Barbara erano azzurro scuro, le sopracciglia biondo scuro, lui allungò una mano e le passo il pollice sullo zigomo. Lei sussultò, cosa che al signor Schmidt provocò una fitta: lui non l’aveva mai picchiata. O magari con il tempo se n’era scordato? No, ne era sicuro.”


Barbara non sta morendo racconta la trasformazione di un uomo di altri tempi, un uomo che gli eventi costringono a imparare a cucinare (scoprendo anche di divertirsi a farlo e di essere bravo), costretto ad occuparsi della moglie e della casa o, almeno, a provare a farlo. Un uomo che si troverà a dover far pace con il suo passato e con i figli che si sono allontanati; a diventare più docile, più mite. Più tenero.


“… Forse si sta vendicando per tutto quello che le ho fatto. In passato. Non sono stato gentile”


a parlare con gli altri, a chiedere loro aiuto (o almeno la ricetta per preparare il piatto che Barbara desidera mangiare)
E così, mentre leggiamo questa storia, anche il nostro rapporto con Walter cambia: perché se iniziamo detestandolo un poco, finiamo assolutamente con il volergli bene e con il desiderare un vasetto della sua marmellata di pere.
E se, certo, non si può raccontare questa storia senza parlare della malattia che ha colpito Barbara, nello stesso tempo tendiamo a non darle importanza, a ignorarla come fa il nostro protagonista principale


“Già, forse solo lui credeva che le cose potessero sparire semplicemente distogliendo lo sguardo abbastanza a lungo.”


del resto, vediamo tutto attraverso lo sguardo e il sentire del signor Schmidt, ovvero di Walter.
Alina Bronsky ha davvero un modo unico di affrontare argomenti delicati e dolorosi; un tocco che mischia umorismo e tenerezza, un tocco che ti fa sorridere ma anche commuovere, e che ti fa chiudere il libro con la sensazione di aver letto qualcosa di lieve, nonostante tutto…