Balla solo quando la musica ti piace

In un libro letto di recente una donna deve fare i conti con la sua indipendenza, con la sua libertà. Sono gli anni Cinquanta e lei ha scelto una vita fuori dalla consuetudine: non moglie, non madre, con un  lavoro suo, senza presenze che l’attendono a casa,

senza qualcuno a cui poter consegnare la “vita come un pacco”, dicendo “pensaci tu”.

Una donna che vuole essere diversa, ma che sa che quella sua scelta ha un prezzo da pagare; non è capita, è giudicata, forse anche allontanata. Si sente così sola, a volte.
Mi sono vista in lei, io che spesso mi sono sentita lontana da quello che la società o la norma aveva previsto per me, io che spesso ho sentito di pagare con lunghi momenti di solitudine.

Qualche giorno fa, in libreria, C. mi ha raccontato di soffrire per il suo essere diversa dagli altri. Il suo non voler ballare quando gli altri ballano, stare sola quando gli altri fanno festa. Mi ha detto di sentirsi sbagliata per questo e che forse dovrebbe a uniformarsi, cambiare.
Le ho detto che non deve farlo, ché essere diversi non è essere sbagliati. Le ho raccontato quei miei No che io ho imparato a dire troppo tardi, che non sempre sono stati (e sono) capiti, ma che li urlerei ancora tutti.
Avrei voluto dirle che lei è bella così, con i suoi maglioni larghi e i suoi sorrisi sinceri. Con ogni dubbio e ogni desiderio di cercare risposte. Con il suo raccontarsi, e con i suoi tempi.
Che certo spesso dire sì è la strada più facile, ma non tutte siamo fatte per le strade semplici; che alcune di noi hanno bisogno di sassolini che entrano nelle scarpe e di scivolare, perché poi rialzarsi ci rende più forti, più coraggiose.
Avrei voluto dirle che non deve ballare se la musica le sembra brutta, e di farlo solo quando sentirà il piede battere il ritmo, e che capirà da sola quando sarà il tempo di entrare in pista, ma se quel tempo non arriverà mai, andrà bene anche così.

“Non sempre la voce della maggioranza è garanzia di giustizia”

recitava una maglietta che indossavo qualche anno fa, e sarà proprio questo che dirò a C. la prossima volta, o magari le parlerò solo di quel libro dove una donna alla fine, forse, capisce cos’è per lei la felicità.