Ruska Jorjoliani – Italo Svevo
“I luoghi di culto medievali di queste parti sono piccoli, indistinguibili dalle altre costruzioni se non per posizione isolata o elevata, con un accesso tanto basso da costringere il credente a piegarsi per entrare, e per architrave hanno immancabilmente una lastra di ardesia, proprio come i focolari al centro delle case tradizionali. È la pietra che segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, ka, ha la brevità e il fascino di certa parole fondative.”
È la riesumazione del bisnonno a riportare la protagonista di questo breve romanzo nella sua terra di origine: Mesti, in Georgia,
Un bisnonno al quale lei ha sempre pensato con affetto, immaginandolo romanticamente come un fuorilegge avventuroso, al quale anche, forse, lei un poco assomiglia
“Se da piccola mi mostravo particolarmente perspicace, mi dicevano: «Sei intelligente come il tuo bisnonno!». Quando ero una monella: «Sei irrequieta come il tuo bisnonno!». E ogni volta, per rimarcare anche fisicamente queste somiglianze, mia nonna non mancava di ricordarmi: «Hai la stessa fossetta sul mento di mio padre. Sei l’unica della famiglia ad averla».”
Un bisnonno che nelle narrazioni di famiglia è sempre stato leggendario e coraggioso. Un antenato del quale essere fiera, che lei ha sempre “guardato” con l’orgoglio di chi ha nel proprio albero genealogico un personaggio portatore di una storia da raccontare
“Me lo sono sempre figurato fatto di materiale iridescente, un po’ reale e un po’ inventato, a volte come scolpito nella pietra, dai bordi affilati e dagli spigoli duri, a volte flessibile come una spugna impregnata d’acqua, sensibile persino a un lieve tocco di dita, che però ritorna sempre alla sua forma iniziale. Una vita turbolenta, costellata di passioni, delitti, evasioni, Una morte avvolta nel mistero, in un agguato mentre tornava dalla famiglia in montagna, dopo essere scappato in modo rocambolesco, buttandosi nel fiume Mtkvari, dallo storico carcere di Metekhi.”
Ma, mano a mano che le ossa emergono dalla terra e vanno a formare lo scheletro, anche il passato del bisnonno emerge e va a formare un quadro differente rispetto a quello con il quale lei ha sempre convissuto.
“Nella mia fantasia di bambina, è sempre stato soffuso di una luce che solo certe grandi passioni e certi eroismi da scontri a fuoco riescono a sprigionare. Alla fine, a pensarci bene, sarebbe stato più facile accostarlo alla figura nazional-popolare del brigante del Diciannovesimo secolo, di orientamento antinazista, parte integrante dell’immaginario sociale e letterario non solo georgiano ma caucasico in generale. Nato però con mezzo secolo di ritardo.”
Ed è proprio il caso di dire che, ossa dopo ossa, verrà a galla “lo scheletro nell’armadio” e si capirà anche il perché di una sepoltura segreta nel terreno di famiglia e non nel cimitero del paese .
Jorjoliani fa un viaggio nella memoria e nelle origini della sua terra e ci restituisce una storia fatta di tradizioni (molto bello il momento in cui la protagonista ricorda la festa di Liaanali – durante la quale i defunti tornano a far visita ai parenti), e una Georgia attraversata dai turisti, dove le case vengono trasformate in bed and breakfast, dove è necessario fotografare o filmare ogni cosa.
E riesce a fare tutto questo in poco più di cento pagine, raccontandoci un’unica calda giornata, tra la polvere della terra, e i dialoghi tra i suoi protagonisti; tra ciò che viene svelato e ciò che viene solo immaginato. Tra la Storia con la S maiuscola e i segreti di famiglia o di paese.
E forse un poco rimarrà al lettore il desiderio di conoscere altro delle vicende epiche dell’antenato della nostra protagonista; però, in fondo, il racconto che ci restituisce Jorjoliani è perfetto così com’è.
E non posso che aggiungere che riuscire a raccontare tanto in così poco spazio è pregio solo dei buoni o delle buone narratrici.

