Shumona Sinha – Edizioni Clichy – traduzione Tommaso Guerrieri
“Non c’era più frontiera tra lo spazio intimo e lo spazio pubblico, la pelle era strappata, la gente poteva sputare, offendere, urlare, scontrarsi dappertutto e in ogni momento.
Esha non ebbe il coraggio di dire a Marie, come non aveva il coraggio di dirlo a sua madre e nemmeno a se stessa, che non capiva più il senso della libertà in quella città occidentale. Il corpo della donna, lì o altrove, velato o svelato, suscitava sempre così tanta veemenza. Qualche centimetro di tessuto lì era troppo, altrove troppo poco.”
Shumona Sinha, nel suo ultimo lavoro, ci parla di donne, ma ci parla anche di estraneità di non appartenenza, di sentirsi straniere, rifiutate e (sempre) in pericolo. Ci racconta tre donne le cui vite in qualche modo arrivano a intersecarsi, nonostante Esha sia emigrata da Calcutta a Parigi, Mina viva a Calcutta e Marie faccia da spola tra Calcutta e Parigi, alla ricerca della sua identità, della sua famiglia di origine.
Ci racconta il senso di solitudine di chi non è capita, di chi non può parlare, di chi deve dimostrarsi forte, ma nasconde fragilità e paura, nasconde la sensazione che la propria vita si appoggi su un terreno sbagliato, un terreno poco accogliente, un terreno che prima o poi potrebbe rivoltarsi contro. E ce lo racconta con la sua poesia
“Sotto i suoi passi tremanti, nell’improvviso vento della notte, le gocce di sangue si agitarono, poi qualcuna volò via. Esha non credeva ai suoi occhi, Avvicinandosi di più capì che erano petali caduti dal vaso di fiori del vicino di sopra. Si accasciò a terra. Qualche piccolo petalo rosso volteggiò ancora un po’, altri rimasero incollati a terra, minuscole bellezze, nel buio, nel freddo.”
Una narrazione scarna, che si racconta attraverso episodi, affiancata da una scrittura arrabbiata, ridondante di aggettivi e sostantivi, dove tra una virgola e l’altra, pare che un pugno sia battuto su un tavolo, pare che una nuova coltellata venga imposta a quell’Occidente e a quell’Oriente che qua non trovano giustificazioni, né speranza. Dove pare non esserci possibilità di salvezza.
E la parola trasparente torna e ritorna, quasi a voler evidenziare una vita estranea a quella che le protagoniste vorrebbero: per luogo, per amore, per famiglia. Un senso di sradicamento, il sentirsi sbagliata, diversa, lontana da quello che il mondo (la famiglia, la società, gli altri) avevano deciso per loro in quanto donne, in quanto emigrate, in quanto “di colore”
“Era sempre sorpresa dal termine «gente di colore», come se gli altri fossero trasparenti come piccoli di gamberetto.”
Trasparente, sacrificabile, inutile. Una presenza che diventata assenza verrà presto dimenticata.
Un libro bello, dolosamente bello, un libro necessario, un libro che può turbare, può ferire certo, ma lo fa con la delicatezza spietata di una poesia.
Apolide è il dodicesimo Libro Vagabondo, la proposta di Libreria Chiodo Fisso di San Vendemiano (TV)

