Anna Nerkagi – Utopia editore – traduzione Anna Cicognini
“Soltanto quando sconta una perdita simile un uomo si rende conto del peso della solitudine. Quando, orfano tra la gente, è come un ceppo isolato in una foresta rigogliosa.
«Sono solo…», mormorò tra sé Seberuj.
Queste sue semplici parole suonavano lucide e profonde, rivelando tutta la paura che lo straziava. Rabbrividì. Ora si rendeva conto che nella sua vita era avvenuto qualcosa di irreparabile.
Sua moglie e sua figlia erano morte. Per lui non esistevano più né passato, né futuro. Un uomo che non ha più futuro si aggrappa per sopravvivere al proprio passato. Ma quando improvvisamente non trova che il buio, dinanzi e dietro di sé, come può continuare a vivere?”
Aniko ci porta tra la popolazione dei nenec. Una popolazione nomade che vive in Siberia, tra renne e neve, ancorata a vecchie tradizioni fatte di idoli e legami familiari, lontana da ogni forma di comodità.
Aniko è il nome della protagonista del romanzo, una ragazza nenec che ha lasciato la famiglia per andare a studiare in città e che lì è quando apprende che la madre e la sorella sono morte, sono state uccise da un lupo. Aniko deve così fare ritorno da suo padre, alle sue origini; ma troverà un mondo estraneo, un mondo ormai così lontano da quello che lei è diventata.
“Molti nenec avevano lasciato da bambini le loro case ed erano tornati per poi partire di nuovo, ma nessuno aveva scordato la propria lingua madre; quella lingua elargita loro dagli idoli come il bene più grande. Un attributo perenne che li avrebbe distinti dal resto degli uomini. Niente di simile era mai accaduto prima… Avvertì un senso di gelo, come se avesse mangiato troppa carne fredda. Una terribile maledizione gli sfiorò la lingua, ma poi a voce alta disse:
«La ricorderà»
E tra sé commentò:
Sempre che lo voglia.”
Ma Aniko non è la sola protagonista del romanzo: protagonista è un padre che vede ritornare una figlia che non vuole fermarsi, è Pavel che raccoglie i racconti e le leggende dei nenec e che decide di rimanere lì, lui che a quei posti non appartiene, è Temujko la renna che ogni giorno torna sulla tomba della padrona morta e forse piange anche, è Buro il cane al quale manca solo la parola.
Ed è Diavolo zoppo, il lupo che apre e chiude la storia; il lupo che pur conoscendo
“… la legge ingiusta e crudele secondo la quale sono sempre gli animali con due zampe a uccidere quelli con quattro e sapeva che sono le loro regole e i loro interessi a regolare il mondo.”
non smette mai di provarci, di lottare, di trasmettere il suo odio per l’uomo che ha usurpato la sua terra.
Aniko è una storia che ci parla di una cultura a molti sconosciuta (Anna Nerkagi è la prima scrittrice nenec tradotta in italia), dove le donne vengono chiamate con il nome dei figli vivi e i morti vengono seppelliti con tutto ciò che appartiene loro; ma ci parla anche di scelta
“Per la prima volta in vita sua si trovava nella spaventosa condizione di dover compiacere se stessa e gli altri”
Aniko si fermerà in mezzo a persone che per lei sono estranee pur essendo la sua gente, in mezzo a una cultura che non conosce pur essendo quella della sua famiglia, sceglierà di imparare nuovamente una lingua che ha dimenticato o deciderà di tornare in città, di continuare a studiare, di andare a teatro e parlare in russo?
“Aniko più di una volta si era sorpresa a pensare che fino ad allora non aveva fatto altro che provare a vivere, ad amare, a riflettere, in attesa del momento in cui avrebbe vissuto una vita vera, senza tentennamenti o esitazioni. Aveva accantonato molte questioni irrisolte come una donna indolente stipa giorno dopo giorno la biancheria sporca in un angolo, finché non si accumula.”
Leggere Aniko per me è stato come fare la conoscenza dell’amico di un amico, di un personaggio che hai sentito nominare all’infinito, di cui conosci ormai aneddoti e battute, e che ormai ti è simpatico, gli vuoi anche bene. Quindi io ad Aniko ho voluto bene, impossibile non farlo, anche se in un primo momento mi sono irrigidita davanti a una scrittura troppo semplice, poco ricercata, a tratti quasi piatta, per poi capire che quella è l’unica scrittura possibile per raccontare questo popolo: un popolo forse povero di mezzi, un popolo che spesso sperpera i pochi mezzi nell’alcol, ma un popolo ricco di solidarietà, di legami, di leggenda. Aniko è stato davvero un bel viaggio…

