Alejandra Kamiya – Ventanas – traduzione Serena Bianchi
“Partire” è dividere in due o più parti, dice il vocabolario. Due parti, due metà: half. È così che in Giappone chiamano i figli che un giapponese ha con qualcuno di un’altra razza.
[…]
Quindi io sono half. Sono giapponese in Argentina e argentina in Giappone, così, con la lettera minuscola per me e la maiuscola per il Paese.
(PARTO)
Nella scrittura di Alejandra Kamiya, nella sua lievità nel raccontare il quotidiano, il dramma e il dramma del quotidiano, nella sua scelta poetica di ogni singola parola, traspare il suo essere in parte argentina e in parte giapponese.
“Sento di essere parte di qualcosa di più grande.
Qualcosa che ha avuto inizio all’altro capo del mondo, dove le persone sistemano le scarpe quando se le tolgono, e continua qui, dove ognuno le lascia dove vuole.”
(PARTO)
I suoi sono racconti che paiono solo sfiorarti, passarti accanto, come una nuvola o come un vento tiepido che incontra una corrente più fredda, pungente. Sono racconti che, magari te ne accorgi dopo, ti lasciano addosso un tocco, un segno, il loro passaggio appunto.
“Sono molte le cose che non hanno nome. Certi momenti della giornata come il rosseggiare della sera tra la luce piena e la notte, certi gesti, certi ritmi, alcune parti del corpo, alcuni colori, come quei verdi né acqua né muschio.
Quello che non ha nome tuttavia esiste.”
(I NOMI)
E le sue storie parlano di suicidio, di appartenenza o del sentirsi stranieri, di una donna che aspetta un figlio e di quella parola “parto” che vuol dire lasciare un luogo, ma anche l’arrivo in un luogo. Parlano di assurde missioni in guerra, ma anche di una madre che assiste all’incidente di un figlio. Di due cugini che si danno appuntamento nel luogo della loro infanzia e lui intuisce la malattia di lei da quel foulard che nasconde ciò che non c’è più
“I ricordi scendevano leggeri su Lala e me, che ci lasciavamo attraversare come se i fantasmi fossimo noi e non quelli che ci circondavano, tutti quei cugini, zii, zie, nonni e amici, che ci seguivano avvolgendoci in un dolce mormorio sotto il sole in mezzo agli alberi.”
(IL FOULARD E IL VENTO)
Di una sorella che va alla ricerca di un fratello del quale non conosce il volto
“Mi ritrovavo a lavorare in un bar alla fine del mondo aspettando qualcuno che non conoscevo e senza neanche sapere perché. Ma l’attesa in fondo è un luogo come un altro: ci si può mettere comodi e farne il proprio posto nell’universo.”
(I NOMI)
Di due vicine di casa che si parlano attraverso il muro che divide le loro terrazze, senza mai vedersi
“Cosa sarebbe ogni cosa? Un sasso, per esempio, la sua lenta temperatura, la sua durezza, la sua forma unica. Una farfalla? Il battito d’ali, l’aria che si muove in minuscole onde. Quali cose mi sembrerebbero belle se non potessi vederle? Il rumore dell’acqua, senza dubbio, la musica. Penso agli odori e ai sapori. Penso alla tua voce. La tua voce era serena, appena ondeggiante, trasparente. In essa ho imparato a riconoscere sfumature che le parole non possono cogliere, come riconosciamo i passi di qualcuno che stiamo aspettando o il suo modo di girare la chiave quando apre la porta.”
(IL BUIO È UNA PERTURBAZIONE)
Ma anche di altro…
E di alberi che compaiono qua e là nelle narrazioni, come compaiono nello splendido titolo che le raccoglie in questo libro
“… in un bosco a sud – a Bariloche, credo – gli alberi che cadono non vengono rimossi, si lasciano affinché diventino parte del paesaggio.
Anche gli alberi caduti sono il bosco.”
È bella la scrittura di Alejandra Kamiya, talmente bella che ti viene la voglia di tenere il suo libro, lì, sul comodino, per poterlo raccogliere quando la necessità di delicatezza ti pare incontenibile.
È bella la scrittura di Alejandra Kamiya grazie anche alla traduzione della sempre brava Serena Bianchi.

