Amuleto

Roberto Bolaño – Adelphi – traduzione Ilide Carmignani

“Questa sarà una storia di terrore. Sarà una storia poliziesca, un noir, un racconto dell’orrore. Ma non sembrerà. Non sembrerà perché sono io quella che la racconta. Sono io a parlare e quindi non sembrerà. Ma in fondo è la storia di un crimine atroce.”

Sono le prime righe di Amuleto queste, e a parlarci, a rivolgersi a noi lettori, ma forse anche ai posteri tutti è Auxilio Lacouture, colei che si definisce la Madre della Poesia.
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È il 1968, siamo a Città del Messico, i reparti antisommossa irrompono nella facoltà di Lettere e Filosofia per placare le manifestazioni degli studenti. Siamo un attimo prima del massacro di  Tlatelolco, e Auxilio Lacouture ci parla dai bagni della facoltà, dove è rimasta rinchiusa, da dove non può più uscire

“Pensai: sono nel bagno delle donne della facoltà di Lettere e Filosofia e sono l’ultima persona rimasta. Andavo verso la sala operatoria. Andavo verso il  parto della Storia. E poi pensai (perché non sono scema): è finita, i reparti antisommossa se ne sono andati dall’università, gli studenti sono morti a Tlatelolco, l’università ha riaperto i battenti, ma io sono rimasta qui rinchiusa nel bagno del quarto piano, come se a furia di graffiare le piastrelle illuminate dalla luna avessi aperto una porta che non è il portico della tristezza nel continuum del Tempo. Se ne sono andati tutti, tranne me. Sono tornati tutti, tranne me.”

Raccontare Bolaño non è impresa facile, o almeno non lo è per me. Entrare in un suo romanzo significa semplicemente seguirlo, farsi guidare in un viaggio del quale forse non riuscirai a capire proprio tutto (parlo per me), forse non riconoscerai ogni comparsa (almeno che tu non tenga a portata di mano Google, e io ti consiglio di farlo), ma quello che conta è che ti sentirai travolto dalla sua scrittura. E la scrittura di Bolaño credo che riuscirei a riconoscerla anche davanti a un libro con la copertina nascosta. Una scrittura che ha dolcezza di una cantilena fatta di ripetizioni, di ritorni, della semplicità anche.

Fatta di quella perfezione che ti fa sentire a casa, avvolta quasi; che pare quasi autorizzarti a non sentirti in colpa se non capirai proprio tutto tutto, perché molto è sogno, è visione, molto ha, appunto, la sostanza del ricordo.
Bolaño è Bolaño e non serve o servirebbe dire altro.


“E i miei ricordi che si mescolano senza capo né coda prima e dopo quel derelitto mese di settembre del 1968 mi dicono, balbettando, tartagliando, che decisi di restare in attesa sotto il sole color acqua, in piedi a un angolo di strada, ascoltando tutti i rumori di Città del Messico, persino quello delle ombre delle case che si braccavano come belve appena uscite dalla tana del tassidermista”


Auxilio Lacouture è in quel bagno, ma da lì evade con la forza dei ricordi. Ci racconta di personaggi che ha incontrato, di momenti che ha vissuto, di quella città che non è la sua, ma lo è diventata. La tragedia c’è, ma è fuori da quel bagno, non ci viene raccontata se non alla fine


“E così arrivai al 1968. O il 1968 arrivò a me. Io ora potrei dire che me lo sentivo. Potrei dire che ebbi un atroce presentimento e che non mi colse di sorpresa. Lo indovinai, lo intuii, lo sospettai, lo fiutai fin dal primo minuto di gennaio; lo presagii e lo subodorai fin da quando si ruppe la prima (e l’ultima) pentolaccia di quell’innocente gennaio in festa. E come se non bastasse, potrei dire che ne sentii l’odore nei parchi e dentro ai bar nel febbraio o nel marzo del ’68, avertii la sua quiete soprannaturale nelle librerie e davanti alle bancarelle che vendevano spuntini, mentre mangiavo un taco di carne, in piedi, in calle San Idefonso, contemplando la chiesa di Santa Caterina da Siena e il crepuscolo messicano che vorticava come in delirio, prima che il ’68 diventasse davvero il ’68”


Bolaño pare dirci che tutto ciò che rimane o, meglio, ciò che resiste (o che dobbiamo proteggere sempre) è la poesia o quell’amuleto che scopriremo solo alla fine del romanzo.