Hassan Blasim – Utopia – traduzione Barbara Teresi
“I nomi sono fondamenta dell’unicità di Dio nella dottrina islamica. Sono l’anima, la base e la massima espressione della fede. Più nomi e attributi di Dio un musulmano conosce, maggiore è la sua fede e più forte è la sua convinzione.
[…]
«Dio ha novantanove nomi, cento meno uno, e chi li conosce andrà in paradiso», ha detto il messaggero di Dio.”
Allah 99 è il nome che il protagonista di questo romanzo sceglie per il suo blog. Un blog che vuole raccogliere interviste di persone che hanno vissuto l’Iraq e l’esilio, il delirio di un paese dilaniato da dittatura, guerre interne e autobombe, la fuga clandestina e il trauma dell’integrazione lontano dalla Patria.
“La vita è un trauma, e solo le illusioni ci aiutano ad accettarne la crudeltà e la stranezza.”
Un blog che racconta storie e che, in un certo senso, da romanzo si trasforma in una raccolta di racconti, di voci differenti. Voci che arrivano a confondersi come quel protagonista che diventa (o pare diventare) l’autore stesso
“Pessoa diceva qualcosa del genere: la letteratura è il modo più piacevole di ignorare la vita. Per quanto mi riguarda, non soltanto mi ha fornito un gradevole rifugio, ma posso affermare che mi ha salvato la vita, io che sono nato in un paese in cui di decennio in decennio la violenza efferata è cresciuta in modo esponenziale fino a raggiungere livelli terrificanti e inverosimili.”
Storie che con la loro potenza indignano ed emozionano, raggiungono vette quasi poetiche per poi scendere verso un linguaggio rozzo, violento, a tratti volgare. Storie che raccontano disperazione e il quotidiano, e comunque sempre il fatto di essere nati nella parte sbagliata del mondo, ma, nello stesso tempo una sorta di nostalgia verso quel paese o, meglio, verso quello che avrebbe potuto essere quel paese. Ma storie che raccontano anche che il razzismo, l’ingiustizia, l’odio abitano anche quei paesi che, da lontano, appaiono così diversi
“Odio, meschinità e incomprensioni delineavano una strada che si estendeva da Baghdad a Helsinki. In ogni stazione c’era in agguato un assassino. E a ogni angolo c’era il razzismo, che sarebbe potuto esplodere all’improvviso […] Non avrei mai immaginato di incontrare in Finlandia, per esempio, qualcuno che insegna filosofia pur essendo xenofobo.”
Storie che ci trasportano, dai mercati di Baghdad ai vicoli di Helsinki, dove il protagonista si perde tra alcol, sesso nel tentativo, forse, di ritrovarsi, di trovare un suo luogo nel mondo.
Storie che uno dei protagonisti immagina possano essere così emozionanti da diventare arma in un omicidio, se solo si riuscisse a trovare quella giusta, quella capace di muovere le corde giuste.
Storie protagoniste, in fondo, come (e soprattutto) quella letteratura richiamata nello scambio epistolare tra l’autore e un’amica che sta traducendo Cioran. Lettere che intermezzano il resto della narrazione, intrise di citazioni e di riflessioni filosofiche.
“Hassan, amico mio, tu vieni accusato, ingiustamente, di essere un maestro nel fare affiorare la bruttezza e nello scavare sempre più a fondo. Nulla di più sbagliato! In letteratura, infatti, o meglio, in tutti i campi della vita, gli ossimori sono indispensabili, e noi non potremmo comprendere e goderci la bellezza se non conoscessimo il suo contrario.”
Un romanzo complesso quello di Hassan Blasim, un romanzo che intreccia tre livelli narrativi, ma un romanzo che evidenzia la capacità dell’autore di farci guardare la sua terra e la storia del suo popolo,
“Dopo la caduta del dittatore, la sua vita è cambiata. Gli invasori americani hanno causato forti spaccature nella società irachena. Gente che se ne rallegrava e la chiamava «liberazione» e gente arrabbiata che diceva «occupazione». La statua del dittatore è stata fatta a pezzi, e con essa è stato fatto a pezzi il paese.”
con uno stile che evade gli schemi e la narrazione piatta e scontata, non avendo paura di condurci per quella strada che un poco ci farà smarrire anche.
Ma facendolo, ancora una volta, con un misto di illusione e realtà. E, sempre, attraverso la letteratura
“Sono fuggito dal fuoco di Baghdad vero il ghiaccio di Helsinki. Sono scappato per liberare i miei sensi e il mo corpo da quella cella di prigione violenta e buia. Avevo disperatamente bisogno della luce e del cielo. Il viaggio per fuggire è stato doloroso e crudele. Quando sono arrivato in Finlandia ero come una preda ridotta a brandelli da lupi affamati. Con me non avevo nient’altro che la mia vecchia medicina: la scrittura. Quel farmaco analgesico, magico, sorprendente ed eccitante, che mi ha sempre accompagnato fin dall’infanzia, fin da quando le prime lezioni della vita mi hanno ferito, scuotendo la mia immaginazione. Ho scritto, scritto e scritto. E mi sono immerso nella finzione, curando ferite e aprendone di nuove.”

